● Falso mito delle privatizzazioni

Traendo spunto dal nobel Joseph E. Stiglitz «…Le esperienze in giro per il mondo hanno prodotto risultati molto diversi. Forse le aziende siderurgiche più efficienti al mondo negli anni 90 erano quelle gestite dallo stato in Corea e Taiwan e non sembra proprio che la privatizzazione della coreana Posco ne abbia migliorato l’efficienza. In Canada, non vi sono elementi per affermare che la principale società ferroviaria sia più efficiente di quella pubblica; in Cile le miniere di rame private non danno l’impressione di essere più efficienti di quelle pubbliche. Inoltre: in America latina, la privatizzazione delle società di telecomunicazioni non ha portato a incrementi di produttività, se non altro in quei casi in cui gli investimenti non erano stati eccessivamente contratti dai vincoli del bilancio pubblico…»

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Dal canto nostro, rileviamo che gli interventi di privatizzazione italiana hanno comportato il totale disimpegno dello Stato dai settori assicurativo, bancario, tabacchi e telecomunicazioni, ecc. oltre al pesante ridimensionamento delle partecipazioni nei settori strategici dell’energia (Eni ed Enel) e della difesa (Finmeccanica).

L’effetto è stato che, a fronte di un peso pari al 18% nel 1991, il contributo al Pil delle imprese partecipate dallo Stato è divenuto oggi inferiore al 5%, una trasformazione strutturale dell’economia di enormi proporzioni rispetto alla quale bisogna capire chi ne abbia tratto benefici e chi invece ne sia stato danneggiato…

Una prima indicazione non può che scaturire dando uno sguardo alle società di consulenza finanziaria che hanno accompagnato i processi di privatizzazione, ottenendo compensi, attraverso ruoli plurimi tra le funzioni di:

advisor

valutatore

intermediario

collocatore

e consulente

pari ad oltre 2,2 miliardi: si tratta di Societè Generale, Rotschild, Credit Suisse, First Boston, JP Morgan, Merril Lynch, Lehman Brothers e altri, ovvero del gotha finanziario a livello internazionale. E infatti, la prima conseguenza evidente del processo di privatizzazione è stata quella di mettere la parola “fine” a qualsiasi possibilità di una finanza pubblica.

Interessante, vero?

 

● Zitti e mosca, il mercato funziona!

Ma… Perché le liberalizzazioni finora sono andate male, molto male?

1-

“La liberalizzazione totale del mercato domestico in Italia è l’ultimo atto di un processo che risale al 1996, data di approvazione del primo “Pacchetto energia” da parte della UE. Questa direttiva e quelle seguenti, assieme alle varie decisioni, strategie, regolamenti, libri bianchi e verdi (esistono veramente), nella tipica confusione normativa generata dalla UE, costituiscono un corpus di norme estremamente articolato e dettagliato, nonché confuso. Sia quel che sia, la liberalizzazione ha imposto la frammentazione della catena del valore, imponendo agli operatori incombenti di separare (prima solo contabilmente, poi anche legalmente) le varie attività: produzione, trasporto, distribuzione, vendita.

Questo perché in ogni segmento della filiera doveva essere creata concorrenza e favorito l’ingresso di nuovi soggetti.

Ciò ha causato l’emersione di una serie di costi per il consumatore finale di energia che in regime di monopolio pubblico non sussistevano. Infatti, a dispetto delle teorie economiche liberali per cui la concorrenza magicamente porta efficienza e prezzi bassi, nella realtà la gestione di alcune attività da parte di un unico soggetto che opera in regime monopolistico pubblico è più efficiente rispetto a quella che si viene a creare in regime di mercato, difatti un argomento teorico a favore dei mercati monopolistici è quello del monopolio naturale, che rappresenta la forma di mercato in cui è tecnicamente più efficiente avere un singolo produttore e che va quindi tutelata. Solitamente il monopolio naturale è caratterizzato da una funzione dei costi medi decrescente, anziché parabolica, tale da giustificare la concentrazione della produzione in una sola impresa.

Un esempio pratico: nella produzione di energia, per vari motivi (morfologia del nostro Paese, estensione della rete, distribuzione sul territorio dei centri di consumo e di produzione ed altri) si è creata una separazione fisica della rete e la creazione di “zone di mercato” (il cui insieme dà luogo alla macro-zona di mercato “Italia”). In queste zone (tra geografiche e virtuali sono 20) si crea un prezzo zonale, attraverso un sistema di SMP (System Marginal Price, prezzo marginale di sistema).

Con questo sistema, sul Mercato del Giorno Prima (MGP su IPEX, gestito dal GME) si impilano tutte le offerte di acquisto (lato consumo) e tutte quelle di vendita (lato produzione) per ogni ora del giorno seguente in quella zona.

L’incrocio di domanda e offerta dà luogo al prezzo marginale della zona: dunque ogni operatore riceve il prezzo marginale, anche se ha offerto a prezzo più basso, poiché il prezzo viene fissato dall’offerta più costosa che incrocia la curva della domanda. La media dei prezzi zonali rappresenta il PUN, Prezzo Unico Nazionale, che è il prezzo all’ingrosso cui gli operatori della vendita si approvvigionano per fornire il consumatore finale.

2-

Nel disegno ideale del mercato perfetto, nei sogni di chi impone il mercato, il prezzo marginale zonale è la risultante di forze di mercato (cioè diversi produttori) che con trasparenza competono e offrono al mercato la propria produzione a prezzi che si basano sui costi di produzione (fissi+variabili): dunque si dovrebbe essere in presenza di prezzi tendenzialmente bassi, o meglio i più bassi possibili.

Ma nella pratica non è così: in realtà il prezzo è tendenzialmente alto perché a seconda delle caratteristiche della zona la competizione intra-zonale è inesistente o molto parziale. In altre parole, alcuni produttori sono in grado di fissare il prezzo marginale con una certa regolarità, a seconda del fabbisogno della rete (cioè del consumo) e della disponibilità e caratteristiche degli impianti (propri e dei concorrenti). Poiché la domanda è rigida e disposta a comprare energia praticamente a qualsiasi prezzo (se devo produrre ho bisogno dell’energia adesso, per vedere devo accendere la luce adesso, per scaldarmi accendere la stufa elettrica adesso), ecco che il prezzo marginale si forma ad un livello alto rispetto a quel che sarebbe se la domanda fosse davvero elastica e se tutti i produttori avessero caratteristiche simili. Gli operatori non fanno nulla di illecito o sbagliato, fanno ciò che le regole del mercato gli consentono, profitto. Il margine di profitto incamerato dal produttore in questa parte della filiera incide sulla formazione del prezzo finale e rappresenta un costo aggiuntivo, visto che il PUN è la media dei vari prezzi zonali ed il prezzo cui i grossisti si approvvigionano.

In una condizione di monopolio, senza zone e con un costo medio di produzione complessivo del monopolista, questi costi aggiuntivi non esisterebbero. E da luglio la tutela minima dal mercato non ci sarà più, a favore della liberalizzazione selvaggia.

Se la tua energia e il tuo gas (o i tuoi pedaggi) sono quindi i più cari de “Leuropa”, adesso sai chi ringraziare”. [Maggiori info qui]

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