● Riprendiamoci il diritto!

“Tutti gli esseri umani sono dotati di coscienza e di ragione, e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza” [Art. 1 – Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo]

Il diritto è, dopo il linguaggio, la più grande creazione dell’intelletto umano. Il diritto esprime inequivocabilmente il potere e la capacità della ragione di ordinare e organizzare la società affinchè sia garantita la pacifica e libera convivenza degli individui. Il diritto può investire una parola, una frase, di una vis, di una forza coercitiva tale da trasformarla in un comando cui ci si deve tendenzialmente uniformare, se non si vuole incorrere nelle conseguenze che il diritto stesso prevede in sè.

Ubi societas ibi ius: dove c’è società, c’è diritto. Il diritto, ci ricorda Ermogeniano, è hominum causa, ovvero nasce con l’uomo e per l’uomo. In questo senso, allora, il diritto è ordinamento osservato; esso è frutto, cioè, dell’auto-organizzazione e dell’assoggettamento spontaneo alle norme in quanto ritenute valide e condivisibili dagli stessi individui che hanno deciso di darsi un ordinamento giuridico (un sistema di norme) e a cui quelle regole sono rivolte. Se ne deduce che il diritto esprime la società e il bisogno di (auto)organizzazione degli individui. Il diritto non è, allora, tanto un comando (una legge imposta) che proviene dall’alto, ma un’esigenza che sale dal basso. Dalla rivoluzione francesce abbiamo ricevuto una scomoda eredità, che ci parla del primato della legge, ma la forma più alta di diritto si esprime invero nella consuetudine, cioè in un comportamento spontanemente adottato dai consociati perchè ritenuto obbligatorio.

Oggi questa visione elevata ed autentica del diritto è pressochè scomparsa e la legge viene utilizzata principalmente come strumento di controllo sociale, il tutto in barba ai diritti umani e con le gravi conseguenze cui tutti possono assistere, anche solo accendendo la tv. Ma così facendo gli organi di governo implicitamente ammettono l’abuso e perdono de facto la propria legittimazione ad esistere ed esercitare il potere concesso loro dai consociati. In altre parole, nel toglierci i nostri diritti, ci hanno legittimato ad agire per il loro integrale recupero. E tutto ciò è concretamente possibile ed attuabile: lo si può fare agevolmente, proprio attraverso il diritto, e senza necessariamente dover passare per un tribunale.

In questo blog, metto a disposizione le mie conoscenze in ambito giuridico, frutto di un lungo percorso di studi e di anni di esercizio della professione forense, affinchè ogni essere umano sia messo in condizione di riappropriarsi del diritto, che costituisce la più grande arma contro ogni genere di sopruso. Il diritto invero tutela e protegge l’umanità fin da quando è nato, assieme alla società; pertanto, il solo modo per ottenere il controllo e l’asservimento di un individuo, è quello di nascondere il diritto ai suoi occhi (così egli non saprà quali sono i suoi diritti). Per fortuna, questi abusi, questi scempi orrendi, hanno le ore contate.

 

(Tratto da Demetrio nato Priolo)

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● I mercati, quelli che remano contro

MEMENTO: CHI SONO GLI SPECIALISTI COMPRATORI DEL DEBITO PUBBLICO

[…per definizione in conflitto di interessi verso di te]

● E, riguardo  all’interesse verso il denaro

Visto qui >>> https://forum.termometropolitico.it/306915-un-intervista-con-miguel-serrano.html

[Ora chiediti chi sono i veri nazisti…]

● La difesa comune €uropea servirà a…

…reprimere il dissenso e a fortificare il pensiero unico dominante (di Giuseppe PALMA)

Tutti che parlano di maggiore integrazione europea.
Tutti che, con la scusa di difendere il vecchio continente dal terrorismo islamico, invocano l’esercito unico europeo e quindi l’ulteriore ed illegittima cessione di sovranità anche in campo militare.

La verità è un’altra: la cosiddetta “difesa comune” servirà solo a REPRIMERE i dissidenti e le voci contrarie al crimine dell’€uro, in modo tale che esista una voce sola: il pensiero unico dominante. Chi difenderà la Costituzione sarà considerato un sovversivo. 
Come sostenne Altero Spinelli nel tanto osannato Manifesto di Ventotene, il passaggio dalle Nazioni all’Europa unita si avrà attraverso un processo anti-democratico, cioè con sospensione dei processi democratici.
Ed è quello che sta avvenendo dal 1992 in avanti. E con particolare “violenza” dal 2011 in poi.

Se ad uno Stato togli la moneta e la difesa, togli l’essenza stessa di essere Stato. I grossi gruppi finanziari divengono i veri detentori della sovranità, disponendo della vita e della morte sia delle Istituzioni che di ciascun singolo individuo.
Se non dovesse rinascere un sano patriottismo costituzionale, la nostra classe politica – già da decenni totalmente asservita al capitale internazionale – svenderà anche gli ultimi residui di Sovranità.

Con l’esercito comune europeo, tanto per capirci, il soldato tedesco reprimerà il dissenso in Italia e viceversa. Con la particolarità che entrambi non risponderanno ad organismi eletti direttamente dal popolo (in assenza di qualsivoglia controllo democratico), bensì alla Commissione europea e alla Bce. 

● Uscire dall’Euro rimanendo in UE è giuridicamente possibile?

In questo articolo voglio affrontare sotto il profilo squisitamente tecnico le implicazioni giuridiche di un’uscita dall’Euro senza lasciare l’Unione Europea.

[TRATTO DALL’ARTICOLO DELL’AMICO MARCO MORI. SCORRENDO IL TESTO USA PURE IL DITO INDICE PER CLICCARE SUI LINK CHE HO MESSO PER GLI APPROFONDIMENTI (L’IPERTESTUALITÀ È IL SALE DI INTERNET)]

 

Le mie personali convinzioni le conoscete: l’UE è una dittatura finanziaria che comporta gravissime cessioni di sovranità a prescindere dall’adesione all’UEM (artt. 3 e 140 tfue) e dunque va abbandonata, auspicabilmente spazzandola viaPiù chiaro di così non potrei essere.

Lo scopo però è andare oltre le convinzioni personali ed analizzare tecnicamente un’ipotesi di cui non ho mai dibattuto in precedenza, dimostrandovi, peraltro inconfutabilmente, che la mia personale opinione non inficia minimamente la mia capacità di analisi tecnica.

Dobbiamo partire con l’attenta lettura dell’art. 140 tfue il quale dice cose assai chiare e soprattutto, letteralmente, prevede unicamente una linea di percorso: lo status di paese in deroga è propedeutico all’ingresso nell’UEM, benché ciò possa avvenire solo su successiva richiesta del membro stesso. O meglio come vedremo la richiesta, letteralmente, non è propriamente di entrare nell’UEM, ma di essere giudicati. Una sfumatura, forse sottile, ma che in realtà la dice lunga sulla ratio complessiva della norma e sulla triste fine che ha fatto la sovranità anche dei Paesi in deroga.

L’intera norma è dunque concepita unicamente affinché un Paese in deroga diventi membro della zona Euro.

I trattati letteralmente non prevedono che dall’UEM si torni indietro, ma prevedono unicamente un’uscita unilaterale (ma negoziata nel comune interesse di tutti) di uno Stato dall’UE “ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione” (art. 50 TUE).

 

[L’IDEA PIÙ PREGNANTE È DEL GIURISTA LUCIANO BARRA CARACCIOLO]

 

L’esponente più illustre che ha teorizzato la possibilità del percorso inverso, ovvero di un Paese UEM che recede solo dall’Unione monetaria, è certamente Luciano Barra Caracciolo, Presidente di Sezione del Consiglio di Stato.

Il grande giurista ha trovato la motivazione alla sua apertura nella Convenzione di Vienna raffrontata alla stregua del dato testuale degli artt. 139 e 140 tfue:

dato che la procedura di ammissione all’Euro configura l’ammissione medesima come atto ampliativo, la disciplina contenuta in tali norme richiede la manifestazione di consenso dello Stato considerato in ogni sua fase procedurale. Questo consenso, quindi, è un elemento costitutivo indispensabile dell’ammissione e potrà essere ritirato in qualsiasi momento in applicazione del principio della insopprimibile libertà del consenso nel diritto internazionale, ed ancora non esiste un vincolo irreversibile e non è configurato come tale dalle norme se lette in buona fede, intesa come vincolo normativo di jus cogens.

La tesi di Caracciolo è suggestiva, ben argomentata, ed ampiamente supportabile. Tuttavia resta, come lui stesso riconosce, oggetto di interpretazione. Interpretazione, per di più, da fare secondo buona fede. Ebbene tutti noi sappiamo quanta poca buona fede vi sia nell’Unione Europea. Davvero vogliamo credere che interpreterebbero i trattati in una direzione che comporta la riaffermazione della sovranità di uno dei membri?

A mio avviso, se l’Italia avvisasse i Paesi UEM di voler uscire dall’Euro riceverebbe invece un’unica e ben diversa risposta (rammentiamo che Berlusconi per aver solo ventilato questa ipotesi è stato destituito immediatamente).

Il no sarebbe eclatante ed altisonante, perché non interpreterebbero affatto i trattati secondo buona fede, ma letteralmenteIn mancanza di una procedura che consenta espressamente l’uscita dall’Eurozona rimanendo in UE, gli altri Stati si opporrebbero, con argomentazioni giuridiche, ad ogni diverso accordo.

Leggiamo l’art. 139 tfue per comprendere perché, l’interpretazione secondo buona fede dei trattati, non sarà quella propria delle istituzioni europee:

Gli Stati membri riguardo ai quali il Consiglio non ha deciso che soddisfano alle condizioni necessarie all’adozione dell’Euro sono appresso denominati “Stati membri con deroga.

Non sono gli Stati, secondo la lettera dei trattati, ad aver sovranamente deciso di entrare in UE, ma è l’UE che ha deciso chi promuovere. Forse non è avvenuto propriamente così, ma la norma inopinatamente ratificata, anche dal nostro Parlamento, è questa.

Ed infatti il Regno Unito, per il suo particolare status, ha ottenuto un accordo speciale inserito nei protocolli allegati al trattato. Con la Gran Bretagna non si è creato un precedente, perché è il protocollo n. 15 ad aver codificato una situazione diversa da ogni altra nazione in deroga:

Riconoscendo che il Regno Unito non deve essere obbligato (n.d.s. – ma solo lui però!) né deve impegnarsi ad adottare l’Euro senza che il suo governo e il suo parlamento abbiano preso una decisione in merito”, l’art. 1 dispone: A meno che il Regno Unito notifichi al Consiglio che intende adottare l’Euro, esso non ha nessun obbligo di farlo.

In politica monetaria, art. 3Il Regno Unito mantiene i suoi poteri nel settore della politica monetaria conformemente alla legislazione nazionale ed infatti ad esso non si applicano gran parte delle norme sullo statuto della banca centrale. Ed anche in materia di disavanzo c’è solo uno sforzo generico a non averne uno eccessivo (art. 5).

In claris non fit interpretatio. [Nelle cose chiare non è concessa l’interpretazione]

Il Regno Unito non è stato obbligato e tale sua condizione è stata negoziata separatamente ad ogni altro StatoPer gli altri Paesi in deroga invece la realtà è molto diversa, per loro si applica l’art. 140 tfue.

Ogni sovranità è stata già ceduta, rivendicarla significa violare i trattati, cosa che per me va benissimo, ma, se il tema è discutere sulla fattibilità giuridica dell’azione (che nulla ha a che vedere con quella materiale! Le leggi si possono violare!) la conclusione non può che essere negativa.

L’art. 140 tfue testualmente recita:

Almeno una volta ogni due anni o a richiesta di uno Stato membro con deroga,la Commissione e la Banca centrale europea riferiscono al Consiglio sui progressi compiuti dagli Stati membri con deroga nell’adempimento degli obblighi relativi alla realizzazione dell’Unione economica e monetaria. Dette relazioni comprendono un esame della compatibilità tra la legislazione nazionale di ciascuno di tali Stati membri, incluso lo statuto della sua banca centrale, da un lato, e gli articoli 130 e 131 nonché lo statuto del SEBC e della BCE, dall’altro”.

Lo status giuridico per chi è semplicemente nell’UE, salvo negoziazioni particolari, come quelle fatte dalla Gran Bretagna (oggi ripercorribili solo invocando l’art. 50 tue e non certo recedendo dall’UEM), non lascia alcuno spazio. Il Paese in deroga deve progredire ed armonizzarsi, deve rispettare la teoria della banca centrale indipendente, deve rispettare il divieto di una banca che sia prestatrice di ultima istanza.

La norma poi prosegue imponendo ai Paesi in deroga anche tutto il peggio del repertorio dell’eurocrazia:

Le relazioni devono anche esaminare la realizzazione di un alto grado di sostenibile convergenza con riferimento al rispetto dei seguenti criteri da parte di ciascuno Stato membro:

-il raggiungimento di un alto grado di stabilità dei prezzi (n.d.s. – se questo poi crea disoccupazione pazienza…); questo risulterà da un tasso d’inflazione prossimo a quello dei tre Stati membri, al massimo, che hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi,

-la sostenibilità della situazione della finanza pubblica; questa risulterà dal conseguimento di una situazione di bilancio pubblico non caratterizzata da un disavanzo eccessivo secondo la definizione di cui all’articolo 126, paragrafo 6 (n.d.s. – ergo sarà la Commissione Europea a decidere, formulando l’apposita proposta al Consiglio!)

il rispetto dei margini normali di fluttuazione previsti dal meccanismo di cambio del Sistema monetario europeo per almeno due anni, SENZA SVALUTAZIONI NEI CONFRONTI DELL’EURO,

-i livelli dei tassi di interesse a lungo termine che riflettano la stabilità della convergenza raggiunta dallo Stato membro con deroga e della sua partecipazione al meccanismo di cambio.

La norma poi prosegue evidenziando ancor di più la direzione univoca che porta dall’UE all’UEM, e l’assenza di percorsi inversi che abbiano legalità senza il ricorso alla procedura dell’art. 50 tue:

2. Previa consultazione del Parlamento europeo e dopo dibattito in seno al Consiglio europeo, il Consiglio, su proposta della Commissione, decide quali Stati membri con deroga soddisfano alle condizioni necessarie sulla base dei criteri di cui di cui al paragrafo 1, e abolisce le deroghe degli Stati membri in questione.(omissis…)

  1. Se si decide, conformemente alla procedura di cui al paragrafo 2, di abolire una deroga, il Consiglio, deliberando all’unanimità degli Stati membri la cui moneta è l’Euro e dello Stato membro in questione, su proposta della Commissione e previa consultazione della Banca centrale europea, fissa irrevocabilmente il tasso al quale l’Euro subentra alla moneta dello Stato membro in questione e prende le altre misure necessarie per l’introduzione dell’Euro come moneta unica nello Stato membro interessato”.

Evidente dunque che non è lo Stato in deroga a decidere se entrare nell’Euro, ma sono le istituzioni europee a promuoverlo, se e quando, farà i compiti a casa, che restano comunque un obbligo giuridico e non una mera scelta. Ed ancora una volta è fondamentale il ruolo della Commissione Europea, che è l’unica a poter proporre l’ammissione di uno Stato membro (Lo Stato invece può solo, per dirla semplice, chiedere di essere iscritto all’esame).

Insomma, non a caso la Gran Bretagna, più attenta di noi alla sovranità, ha fatto espressamente riconoscere che, per lei, questi obblighi non valgono.

Per tutti gli altri invece, buona cessione di sovranità!

Dunque rimanere in UE può essere una scelta, ma non può in nessun caso essere considerata possibile o lecita giuridicamente. L’interpretazione dei trattati secondo buona fede è suggestiva e condivisibile, ma presupporrebbe che l’UE non fosse una dittatura e che le decisioni potessero seguire il diritto secondo il noto brocardo: “la legge è uguale per tutti”L’UE invece vive solo sui rapporti di forza, la legge non è uguale per tutti.

Ergo non si ha alcuna certezza di avere cooperazione dalle altre nazioni. Esse sarebbero invece obbligate a cooperare, almeno formalmente, se si scegliesse la procedura di cui all’art. 50 tue contestualmente all’uscita dall’Euro, procedura che toglierebbe al nostro nemico ogni possibile strumento di enforcement legale.

E date le circostanze spuntare le armi del nemico non sarebbe una cattiva idea…

Se si vuole sperare nello status della Gran Bretagna, ammesso e non concesso che questo sia un successo, l’unico passaggio possibile è l’art. 50 tue da azionare contestualmente all’uscita unilaterale e repentina dall’EuroSe invece si vuole salutare la compagnia subito lasciando l’UE, è assolutamente perfetto l’argomento di Luciano Barra Caracciolo. Ed è questa la linea che ovviamente prediligo. 

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[SEGUE IL MIO CONTRIBUTO ALL’IDEA DI SOVRANITÀ MONETARIA SUPPORTATO, NEL 2014, DALL’AMICO MARCO MORI >>> goo.gl/DYBqXc]

 

● Giuseppe Guarino, il giurista 94 enne parla di Democrazia soppressa

…I volumi si accumulano, uno dopo l’altro, sulla scrivania. Ognuno con un pezzetto di carta infilato alla pagina giusta, per non perdere il filo del ragionamento pronto a correre via da una riga all’altra. Nel buio del suo studio romano, sotto il cono di luce delle lampade, Giuseppe Guarino cerca dati, avvicina gli occhi, porge libri. Il giurista, classe 1922, è determinato come uno scienziato in laboratorio a smontare l’ingranaggio che ha trasformato l’Europa in un continente condannato a un inesorabile declino.

IL «COLPO DI STATO»

Ex ministro delle Finanze e dell’Industria (tra il 1988 e il 1992), docente emerito di diritto pubblico, europeista convinto (all’epoca dei padri fondatori dell’Unione) Guarino è diventato uno dei più appassionati critici della moneta unica.

 

«IL TRATTATO DI MAASTRICHT TRADITO»

Ha studiato il diritto europeo: «Un argomento entusiasmante», dice. E secondo le sue ricerche il trattato di Maastricht, il grande progetto su cui si era fondata l’Unione monetaria, è stato tradito: le leggi su cui si basava originalmente la moneta unica «non sono mai state applicate», per essere a un certo punto «sostituite» con regolamenti «opposti» e infine con il Fiscal compact.
La sua denuncia è arrivata fino al tavolo del presidente José Manuel Barroso, ma è stata anche rimandata al mittente.

E oggi l’uomo che ha insegnato il diritto pubblico a Giorgio Napolitano e Mario Draghi, denuncia il «colpo di Stato» in atto a Bruxelles. «La democrazia», commenta accorato «è stata soppressa».

[SCORRENDO IL TESTO USA PURE IL DITO INDICE PER CLICCARE SUI LINK CHE HO MESSO PER GLI APPROFONDIMENTI (L’IPERTESTUALITÀ È IL SALE DI INTERNET)]

 

DOMANDA. Per rilanciare l’economia si punta ad abbattere il debito. Il governo propone dismissioni fino a circa 12 miliardi. Sarebbe sufficiente e utile?

Risposta. Ne dubiterei. L’ammontare del debito della pubblica amministrazione corrisponde al totale degli interessi dei titoli di Stato ancora in essere, quale che sia stata la loro data di emissione.

Cioè quanto nel 2013?

R. A fine 2012 era pari a 86.717 milioni di euro, corrispondenti a 5,5 punti di Prodotto interno lordo (Pil). Per il 2013 è prevista una leggera diminuzione.

Perché non è conveniente far diminuire sin da ora il totale?

R.Conviene se la vendita porta il debito a un livello che non richieda ulteriori interventi in anni successivi. Se le previsioni danno un tasso medio di crescita del Pil inferiore al costo totale del debito, il rapporto tra debito e Pil riprende a crescere.

Lei parla di un “punto di non ritorno”. Di cosa si tratta?

R. Se il tasso prevedibile di crescita del Pil nell’anno e in quelli successivi è inferiore al tasso prevedibile di crescita del costo degli interessi negli stessi anni, il rapporto debito-Pil aumenta.

Ed è quello che sta succedendo?

R. Nel 2006 depositai in Senato, nel corso di una audizione parlamentare, una tabella in cui, partendo dal rapporto tra debito e Pil del 2005, indicavo che se il tasso di crescita del Pil fosse stato dello 0,5%, la percentuale sarebbe stata del 130% nel 2013.

Ci aveva azzeccato?

R. La media del Pil è stata inferiore e corrispondentemente il rapporto nel 2013 ha raggiunto il 133%. Si tocca il punto di non ritorno quando la crescita prevista per gli anni a venire supera il costo annuale complessivo del debito e non si prevedono fattori straordinari che possono invertire la tendenza.

Il debito italiano esisteva già nel 1991. Lei ha fatto parte della classe dirigente che ha concorso a gonfiarlo. Come è accaduto?

R. L’osservazione è corrente, ma non corretta.

In che senso?

R. Bisogna distinguere tra debito interno e debito estero. Fino al 1992 la detenzione di capitali all’estero era vietata. I creditori dello Stato erano nella quasi totalità soggetti interni, famiglie, i cittadini, banche, imprese. La formula dello Stato sociale liberava le famiglie dalla generalità dei costi per sanità, istruzione, assistenza e previdenza. La proprietà dell’abitazione era diffusa in Italia più che in qualsiasi altro Paese.

In sostanza c’era abbastanza ricchezza all’interno dei confini nazionali?

R. L’economia era sostenuta dalla domanda interna che era frutto del risparmio elevato delle famiglie. Era crescente e presente in modo abbastanza omogeneo nella quasi totalità del Paese. La parte non consumata del risparmio veniva versata allo Stato (attraverso gli acquisti di titoli). Alle scadenze i titoli venivano reinvestiti. Vi si aggiungeva spesso il ricavo degli interessi. Nel 1992 la liquidità di cui disponevano le famiglie superava di un buon quarto il debito totale dello Stato.

Cosa provocò il crollo di questo sistema?

R. Come era cresciuta la liquidità interna così, a seguito della crisi petrolifera degli anni 1978-1992, era aumentato il volume della liquidità internazionale. Venivano offerti rendimenti elevati. Si aggiungeva il miraggio di sottrarre i propri risparmi al Fisco. Il timore di incorrere in sanzioni non era sufficiente per bloccare l’esodo dei capitali.

Poi è intervenuta l’Europa.

R. La direttiva sulla libera circolazione dei capitali, compresi quelli a breve, fu una delle prime a essere adottate tra le 330 da emettere per realizzare il mercato unico europeo. Fu la trasformazione istantanea del debito da interno a estero a determinare il crollo del sistema italiano, al quale si doveva lo straordinario fenomeno del “miracolo italiano o boom italiano“.

Non si sarebbe potuto modificare il sistema interno prima che lo tsunami si producesse?

R. Non è facile modificare strutture formatisi a seguito di percorsi, frutto di lunghi processi. Si oppongono barriere culturali e di interessi che non è facile abbattere. È un fenomeno anche oggi presente. In tali condizioni, influenzati da convincimenti generali e da interessi costituiti, credendo di far bene, si adottano condotte che aggravano la situazione.

Infatti l’Italia fu uno dei primi Paesi a applicare la direttiva sulla libera circolazione dei capitali.

R. Ci sarebbe stato tempo per adottarla fino al 30 giugno 1993. Un tempo sufficiente per dare una “aggiustata” al sistema.

 

IL PASSAGGIO DAL DEBITO INTERNO AL DEBITO ESTERO

 

Dopo l’entrata in vigore del Trattato sull’Unione europea (Maastricht) qualcosa si fece, anzi molto.

R. Il debito italiano, all’atto della stipula del Trattato, era pari al 100,8%. Salì nei tre anni successivi a 124,3%. Al sesto anno era pari al 116,8%. Tra il 1992 ed il 2005, vennero alienati beni pubblici, prevalentemente imprese del sistema delle partecipazioni statali, per un valore complessivo che rivalutato al 2013 ammonta a circa 128 miliardi di euro. Nel 2006 il rapporto tra debito e Pil si era ridotto al 106,5%.

Si trattò spesso di svendite. Vedi il caso Telecom.

R. Le autorità monetarie valutavano che incassare di meno, ma subito, fosse più conveniente che continuare a pagare tassi di interesse che avevano portato l’onere medio, ancora nel 1995, al 10% pregiudicando, oltre tutto, le possibilità di ammissione all’euro.

Chi furono i compratori?

R. Salvo la Nuova Pignone di Firenze che, ceduta alla General Electric, si è sviluppata a livello internazionale, per le cessioni più importanti (banche e industrie) gli acquirenti furono italiani.

I capitalisti senza capitale?

R. Lo sviluppo delle principali imprese private italiane si era basato sulla domanda interna. Dovendo ora affrontare la concorrenza internazionale, immaginarono di rafforzarsi acquisendo le imprese che potessero integrarsi con quelle già possedute. Ma due debolezze non sempre creano una forza. Le attese di crescita non si verificarono. In molti casi i compratori furono costretti a rivendere.

E i risparmiatori italiani?

R. Una buona parte investì in titoli, basati sull’impiego dei cosiddetti “derivati”, che promettevano elevato rendimento. In un primo tempo si ebbero crescenti ricavi. Scoppiata, a livello internazionale, la bolla dei derivati, le famiglie persero parecchio, in qualche caso quasi tutto.

Sin dagli Anni 60 si era avvertita la necessità di portare a conclusione il processo di integrazione europeo con la creazione di un mercato comune e di un’unione monetaria. Quali erano gli obiettivi?

R. Due effetti favorevoli erano certi. La confluenza delle singole economie in un unico grande mercato avrebbe eliminato i dazi di importazione ed esportazione e anche il costo della sosta alle frontiere, necessaria per l’espletamento dei controlli. L’impiego di una unica moneta avrebbe a sua volta eliminato i costi di transazione.

Sarebbe bastato?

R. Certamente no. Nell’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea, richiamato in tutti i trattati successivi, era fissato l’obiettivo che gli Stati intendevano conseguire. Si trattava dello «sviluppo armonioso ed equilibrato, una crescita sostenibile, non inflazionistica, rispettosa dell’ambiente, un elevato grado di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, il miglioramento del tenore e della qualità della vita». Gli Stati aderenti all’Unione avrebbero rinunciato all’esercizio di buona parte della sovranità. Avrebbero ottenuto dall’Unione, quale controprestazione, la crescita, quale definita nell’articolo 2.

E come la si sarebbe ottenuta, a chi competeva?

R. Il compito non poteva che spettare agli Stati membri. L’Unione non può indebitarsi. Le risorse che affluiscono direttamente (i dazi esterni) sono poche. L’Unione provvede alle sue spese con le risorse che le versano gli Stati, in conformità di una disciplina dettata dal Trattato.

Alla crescita avrebbero dovuto dunque provvedere gli Stati. Ma con quali strumenti?

R. La disciplina dell’atto unico e quella generale dell’Unione escludevano la quasi generalità dei mezzi di cui possono avvalersi gli Stati che non fanno parte dell’Ue. Ne restavano, di possibilità, solo due, le autonome politiche economiche degli Stati che comprendono tutti gli aspetti diversi da quelli monetari, e l’indebitamento. Il Trattato sull’Unione europea (Tue) garantiva entrambi, limitandosi a chiedere che nel farne uso, si attenessero a principi di cautela che venivano indicati.

Quali?

R. L’Unione aveva un interesse diretto a che gli Stati ottenessero risultati di crescita. Solo così sarebbero stati in condizione di trasferire all’Unione le risorse necessarie. La quale si riservava, quindi, la determinazione di principi “di massima” di coordinamento. In caso di scostamento, con un apposito procedimento, avrebbe potuto emettere una raccomandazione, atto privo peraltro di efficacia vincolante.

E l’indebitamento?

R. Sarebbe stato non solo possibile, ma in presenza di circostanze favorevoli addirittura indispensabile, per valorizzare fattori produttivi esistenti e/o insufficientemente utilizzati.
A tutela del principio del carattere non inflazionistico della crescita, il Tue introduceva limiti che gli Stati non avrebbero potuto superare. Riguardavano distintamente i rapporti indebitamento (3%) e debito (60%) in relazione al Pil. Nella loro interpretazione e applicazione gli Stati e l’Unione avrebbero dovuto attenersi a criteri vincolanti.

Sarebbero stati sufficienti i due strumenti per procurare la crescita?

R. L’economia Usa ha raddoppiato nel XX secolo la sua ricchezza attenendosi a questi limiti. Li ha superati solo in anni di diretto coinvolgimento in vicende belliche.

 

INTRODOTTA UNA DISCIPLINA OPPOSTA A QUELLA DI MAASTRICHT

 

Lo sviluppo promesso non si è realizzato. Come mai? 

R. La creazione dell’Unione europea e dell’Eurozona era un’operazione molto complessa. Non esistevano precedenti. La disciplina finalizzata alla crescita sarebbe entrata in vigore all’inizio della terza fase, quella definitiva, coincidente con quella del 1 gennaio 1999 fissata per il lancio dell’euro. La fase seconda era propedeutica alla terza. Ne discende che per dare un giudizio adeguato della disciplina dettata dal Trattato sull’Unione europea rispetto all’obbligo assunto di promuovere la crescita, si deve tener conto dei soli quindici anni decorsi dal 1 gennaio 1999.

E c’è qualche norma varata nella seconda fase da segnalare?

R. Certamente. Negli anni tra l’entrata in vigore del Trattato e l’inizio della terza fase gli Stati sarebbero stati assoggettati a norme costrittive. Se non le avessero rispettate non avrebbero superato lo scrutinio per l’ammissione all’euro.
Due condizioni attenevano a dati obiettivi del periodo già trascorso. Due dovevano essere valutate al momento dell’esame di ammissione, una specie di diploma o di laurea.

E quali erano?

R. Riguardavano il tasso di inflazione e i tassi di interesse su titoli pubblici di lungo termine. Per entrambi gli aspetti si richiedeva che nel periodo antecedente lo scostamento dalla media dei tre Stati migliori non fosse stata superiore nel primo caso all’1,5%, nel secondo al 2%. Era un divario che nella concorrenza tra le economie gli Stati più deboli avrebbero potuto recuperare.

Quindi erano regole pensate per proteggere le economie più deboli?

R. Nella terza fase, cioè dal 1 gennaio 1999, le economie dei Paesi euro, partecipi di un unico mercato e fruitori di una unica moneta, avrebbero operato tra loro in concorrenza. Una concorrenza piena e leale. Se non si fossero create condizioni di omogeneità sufficienti, le economie più forti avrebbero esercitato un potere dominante sulle altre. Le regole della fase transitoria dovevano dunque creare condizioni di omogeneità, che fossero sufficienti per scongiurare il pericolo.

E la terza fase?

R. La terza fase, con il lancio della moneta comune e inizio della competizione, basata su condizioni per una leale concorrenza, è l’unica di cui si deve tener conto per valutare l’adeguatezza della disciplina contenuta nel Trattato unico europeo.
Come sono stati i risultati per la generalità dei Paesi euro?

R. Nella classifica dei 38 Paesi con minore sviluppo nel mondo negli anni dal 2000 al 2010 compresi, l’Eurozona è presente con 13 Paesi. Sorprendenti e nello stesso tempo sconvolgenti sono i risultati dei tre Paesi maggiori, Italia, Francia, Germania. L’Italia è terza, la Germania decima, la Francia quattordicesima. Si ripete, la classifica non è dei migliori risultati decennali nel mondo, bensì dei peggiori. Nella identica classifica relativa al decennio antecedente, 1990-2000, nessuno dei Paesi euro era presente. L’evento, da ritenere responsabile della depressione diffusa e crescente nella zona euro, deve essersi necessariamente verificato tra il 1999 e il 2000.

E di che evento si tratta?

R. Ce ne è uno solo, coincidente con il lancio dell’euro. Alla data del 1 gennaio 1999, invece della disciplina stabilita dal Trattato unico europeo per la terza fase, ne è stata applicata una diversa, anzi opposta, introdotta a partire per l’appunto dal 1 gennaio 1999, con un regolamento, il numero 1466/97. Il regolamento è stato applicato sino al 27 giugno 2005.

E poi?

R. Gli è subentrato il regolamento 1055/2005, rimasto in vigore sino al 16 novembre 2011.
Data in cui è arrivato un terzo regolamento, il numero 1175/2011, cui ha fatto seguito un atto atipico, denominato Fiscal compact con il quale, nell’impossibilità che si raggiungessero i voti necessari per modificare il Trattato in vigore, quello di Lisbona, si è cercato di aggirare l’ostacolo con un Trattato non europeo, ma di diritto internazionale.

Chi prese quella prima iniziativa?

R. L’iniziativa fu presa dalla Commissione, esulando da qualsiasi competenza attribuitale dal Trattato di Lisbona. Mentre gli organi dell’Unione proponevano ed applicavano i regolamenti, era entrato in vigore (il 1° maggio 1999) il trattato di Amsterdam. Veniva poi adottato ed era entrato in vigore (1° dicembre 2009) il Trattato di Lisbona.
Entrambi i Trattati riproducevano testualmente le statuizioni degli articoli 102 A, 103, 104 c) e protocollo numero 5, contenenti la disciplina dell’euro.

Con quali conseguenze?

R. La commissione è andata avanti come se i Trattati non esistessero. Hanno imposto le norme, che sono responsabili della depressione che attanaglia da 15 anni l’Europa. La disciplina, che era stata studiata con tanta accortezza dagli elaboratori del Trattato sull’Unione e per promuovere la crescita, non è stata mai applicata.

Formalmente cosa è successo?

R. Il Trattato sull’Unione europea (Tue) e oggi il Trattato di Lisbona, che riproduce il testo del Tue, affida la funzione della crescita agli Stati membri ed attribuisce agli Stati due poteri. Il primo, di avere ciascuno una propria autonoma politica economica. Il secondo, di indebitarsi nei limiti dei valori di riferimento di cui al protocollo numero 5, da interpretarsi secondo i criteri vincolanti dettati dall’articolo 104 c) del Trattato unico europeo, oggi 126 Trattato di Lisbona. Il regolamento 1466/97 e nel suo solco in forma aggravata gli atti successivi, hanno cancellato i due poteri.

E come li hanno sostituiti?

R. Non li hanno sostituiti con altri poteri. Hanno collocato al loro posto due doveri.
Il primo, eguale per tutti gli Stati euro, consistente nell’avere a medio termine un bilancio in attivo o in pareggio, il secondo, diverso da Stato a Stato, di pervenire al risultato in stretta osservanza di un programma definito per ciascuno Stato dagli organi dell’Unione.

Quali conseguenze vanno tratte dalle modifiche apportate?

R. Parecchie. Alcune gravissime, e del tutto imprevedibili.

 

«CON IL NUOVO REGOLAMENTO È STATA SOPPRESSA LA DEMOCRAZIA»

 

Per esempio?

R. Se la crescita non si produce in modo fisiologico per effetto di condizioni favorevoli preesistenti, si rende necessario stimolarla. È indispensabile in tal caso la presenza di due fattori distinti. Il primo, che esistano in quantità sufficiente fattori valorizzabili. Il secondo, che lo Stato, dove non disponga già di adeguate risorse, possa ricorrere all’indebitamento.
I regolamenti hanno cancellato la politica economica degli Stati e la capacità di indebitarsi, sia pur nei limiti di cui agli articoli 104 c) del Trattato sull’Unione europa e 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Lisbona).
Nessuno degli Stati euro, oggi in difficoltà, disponeva al 1 gennaio 1999 di un bilancio in pareggio.

Il pareggio di bilancio è l’origine del problema?

R. Il deterioramento progressivo e crescente delle loro economie dipende dal divieto di indebitarsi anche se fosse stato presente il secondo dei presupposti per la crescita.
Fattori valorizzabili erano tutti quelli che la depressione aveva espulso dalla produzione, se ancora vitali o recuperabili. Ma mancavano le risorse.

Abbiamo perso un’opportunità?

R. Ogni occasione favorevole è andata perduta. Le risorse disponibili sono sotto i nostri occhi. L’elevatissimo e imprevedibile numero di disoccupati e sottooccupati nell’insieme dell’Eurozona ed in ciascuno dei Paesi senza deroga, imprese costrette a dismettere la loro attività, deterioramento nel funzionamento della pubblica amministrazione e dei beni pubblici, decadenza delle prestazioni rese ai cittadini, difficoltà nel far fronte ad eventi eccezionali, e così via.

E c’è una seconda conseguenza?

R. È la più grave. Se in materia economica tutti i poteri dello Stato sono stati cancellati, responsabile dei risultati è il sistema applicato. Nella specie l’insieme delle regole astratte, imposto a partire dal 1 gennaio 1999.
Gli organi dell’Unione controllano con rigore che siano puntualmente applicati. Sono costretti a loro volta ad attenersi alle specifiche norme che regolano le loro condotte. Si ha come risultato finale che i cittadini di ciascun Paese membro non dispongono di alcun potere per influire sulle discipline cui saranno assoggettati.

Significa che c’è un deficit di democrazia?

R. La “democrazia” non consiste nella semplice titolarità di una serie, quand’anche la più completa e precisa, di diritti di libertà. Non v’è ancora “democrazia”, se ai diritti di libertà si aggiunge un nutrito gruppo di diritti sociali. La “democrazia” esige che i cittadini possano trasmettere a governanti, che a essi rispondono, orientamenti e indirizzi in merito alla disciplina che dovranno applicare. Il presupposto è che i loro governanti dispongono di poteri sul cui esercizio i cittadini possono esercitare la loro influenza.

E non è così?

R. Nella materia economica che nelle condizioni storiche attuali è determinante su ogni altro settore della convivenza, i governi degli Stati membri, a partire dal 1 gennaio 1999, hanno solo obblighi, non poteri. La “democrazia”, principio fondante della costituzione di ciascuno Stato membro, condizione richiesta dai Trattati ai fini dell’ammissione all’Unione, è stata soppressa, nell’Eurozona cancellata sino alle sue ultime radici, a partire dal 1 gennaio 1999.

Non ci sono strumenti per cambiare le cose?

R. Degli istituti della democrazia restano nomi e simboli. La sostanza è scomparsa. Nessun referendum potrebbe abrogare la disciplina dei regolamenti dell’Unione. I partiti dovrebbero consentire ai cittadini di concorrere con metodo democratico alla politica nazionale. Sono divenuti aggregati di gruppi per la conquista di un potere che non esiste. I sindacati sono impotenti. Manifestazioni individuali e collettive, comprese le più gravi, restano senza effetto. Anche se si lanciasse una bomba atomica, ipotesi assurda, non servirebbe a nulla. Si ampliano invece gli spazi per la corruzione, per l’illiceità, per il mero verbalismo.

Finiscono qui le conseguenze?

R. Ve ne è un’altra che da sola dimostra la dannosa pericolosità del sistema applicato dal 1 gennaio 1999. In ogni sistema giuridico, poste alcune premesse, anche se non ne sono state valutate le conseguenze, queste non possono non prodursi.
Il principio del bilancio attivo o in pareggio a medio termine è stato imposto con regole generali a tutti gli Stati ammessi all’euro. Le condizioni non erano identiche. Alcuni Paesi avevano da tempo un bilancio in pareggio o prossimo al pareggio, altri ne erano distanti. La prescrizione non rivolta ai secondi di realizzare il pareggio a medio termine, comportava di fatto che essi assumessero una conformazione analoga, anzi identica, a quella dei primi.

Insomma una imposizione inattuabile?

R. Nelle corse al trotto dei cavalli, se non erro, si gravano di handicap i migliori perché tutti abbiano pari opportunità di classificarsi tra i primi. Il principio applicato dai regolamenti è opposto. L’handicap è stato imposto alle economie più deboli, non a quelle più forti. Ne risultano violate le condizioni essenziali per una leale concorrenza. In via generale si è reso più difficile ai più deboli il raggiungimento del pareggio. Quindi si è imposta una regola non coerente con il principio della concorrenza.

 

«LA COMMISSIONE HA INDIVIDUATO L’ERRORE NELLA INSUFFICIENZA DEL RIGORE»

 

Ma dati i risultati negativi, non c’è stata una riflessione successiva?

R. Il regolamento 1175/2011 afferma che in precedenza erano stati commessi sbagli. Ha individuato l’errore nella insufficienza del rigore. Raccogliendo un seme presente nel regolamento 1466/97, lo ha concimato e lo ha portato a fioritura.
L’obbligo, quello generale del bilancio a medio termine e quello specifico di ciascuno degli Stati membri di attenersi al programma per essi definito, da solo non avrebbe generato crescita. Ma il regolamento ha sostenuto che gli Stati che partivano indietro, per correre come migliori, avrebbero dovuto assumere conformazioni identiche, o quanto meno analoghe, a quelle dei migliori. A cominciare dalle strutture.

Cosa intenede per strutture?

R. Qui il discorso potrebbe proseguire su due piani distinti, su quello formale e su quello sostanziale. A quale dei due dare la preferenza?

Cominciamo da quello sostanziale.

R. I sistemi economici, a maggior ragione gli Stati, sono organismi diversi ma assimilabili agli uomini e a qualsiasi altra specie di entità vivente. In ogni organismo le componenti, le grandi come le minime, sono in perpetuo movimento.
Ogni entità è, nel momento successivo, diversa da quella che era nel momento anteriore. Ogni entità è somigliante, ma nello stesso tempo necessariamente diversa da qualsiasi altra della medesima specie. Pur nella diversità della conformazione tutte le entità della medesima specie sono costituite da organi o da sistemi di organi presenti in tutte le altre entità della medesima specie. Sono le strutture.
In ogni organismo i singoli organi e i sistemi che gli stessi formano corrispondono a quelli che concorrono alla conformazione delle altre entità della medesima specie. Ma sono necessariamente diverse.

E cosa c’entrano le strutture con le norme europee?

R. Queste peculiarità valgono anche per l’Unione e per gli Stati membri. Le entità elementari, e così anche se si risale ai livelli superiori, si influenzano reciprocamente. Non sono mai identiche ai corrispondenti organi o sistemi, che concorrono alla conformazione delle altre entità della specie. Per i trapianti che si effettuano nell’uomo non si dispone mai di organi identici a quello da sostituire. Le differenze sono inevitabili. Ci si deve limitare ad accertare che non sia incompatibile.
Le strutture di organismi, quali gli Stati e le loro economie, corrispondono, come ora detto, agli organi del corpo umano e ai sistemi che concorrono alla conformazione di ogni singola specie. Non sono mai identiche dall’una all’altra entità della medesima specie.

Quindi non si possono ‘replicare’le strutture di un altro Stato?

R. Se si inserisce la struttura di una economia in un’altra economia, quella di uno Stato in un altro Stato, è prevedibile che si provochino danni.
Eliminando la struttura preesistente si genera un vuoto. Se la preesistente viene sostituita da altra sul modello di un diverso sistema, non vi è certezza del se e quando si realizzerà la piena integrazione con le componenti preesistenti contigue o connesse. Il danno della demolizione dell’esistente è immediato, il beneficio sperato dall’inserimento è necessariamente futuro.

Insomma non ne vale la pena?

R. È comunque incerto. Il danno provocato dall’eliminazione di strutture complesse e antiche non è mai circoscritto. Nelle conformazioni, frutto di antica storia, ogni componente risulta sempre intrecciata con molte altre. Fa parte di nodi che non è facile sciogliere.

C’è qualcosa da aggiungere dal punto di vista del diritto?

R. Il regolamento 1175/2011 indica come sua fonte leggittimatrice l’articolo 121, paragrafo 6, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Lisbona). Il regolamento, lo si è notato nella sintetica esposizione del suo contenuto, conferma nella sua totalità discipline che non trovano corrispondenza nei tre Trattati (Maastricht, Amsterdam, Lisbona). E che contengono norme in contrasto con la disciplina dei poteri conferiti dai Trattati agli Stati quali strumenti essenziali per la produzione della crescita.
Il regolamento 1175/2011 cerca di accreditare la sua legittimità richiamandosi all’articolo 121, numero 6 Tfue. La citazione è erronea.

Qual è l’errore?

R. L’articolo 121, numero 6 Tfue non consente al regolamento di modificare il Trattato in un punto fondamentale. La disciplina originaria dei poteri di indebitamento degli Stati e dei loro limiti è quella dell’articolo 104 c) Tue, ora 126 Tfue.
La disciplina si compone di tre parti. La prima, commi 1 e 2, lettere a) e b), regola le parti sostanziali della disciplina. E assume a base della disciplina distinti rapporti del debito e dell’indebitamento con il Pil.
In una seconda parte, comma 2, ultimo capoverso, l’articolo 104 c) Tue, contiene un rinvio al protocollo numero 5 il cui oggetto è unicamente la determinazione dei valori di riferimento, compresa la definizione dei termini adoperati. In una terza parte, numeri da 3 ad 11, l’articolo 104 c) Tue detta la disciplina della sorveglianza e sanzionatoria.

Nemmeno il Consiglio può modificare le norme?

R.Il richiamato numero 11, articolo 126 Tfue, attribuisce al Consiglio di «adottare le opportune disposizioni che sostituiscono detto protocollo, avvalendosi della procedura legislativa speciale previa consultazione del Parlamento europeo e della Banca centrale europea. La competenza attribuita al Consiglio è solo la sostituzione del protocollo. Il contenuto del protocollo si limita alla specificazione dei «valori di riferimento» (ultimo capoverso del numero 1).
Il riferimento dei valori al rapporto tra debito e indebitamento ed il Pil, e i criteri vincolanti per la interpretazione e applicazione degli stessi di cui agli alinea a) e b) del numero 2 dell’articolo126, sono oggetto regolato esclusivamente dall’articolo 104 c) Tue, ora 126 Lisbona. Un oggetto quindi del tutto diverso dalla specificazione dei valori di riferimento, unica competenza attribuita al protocollo numero 5. (Intervista di Giovanna Faggionato, 4/12/13)

 

● Diritti umani: principali Carte, Convenzioni e Dichiarazioni

– Carta delle Nazioni Unite (1945)
Data di adozione: 26/6/1945 – Data di entrata in vigore: 24/10/1945
ONU

– DUDU Dichiarazione universale dei diritti umani (1948)
Data di adozione: 10/12/1948
ONU

– Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (1948)
Data di adozione: 9/12/1948 – Data di entrata in vigore: 12/1/1951
ONU

– Convenzione sullo status dei rifugiati (1951)
Data di adozione: 28/7/1951 – Data di entrata in vigore: 22/4/1954
ONU

– Protocollo relativo allo status di rifugiato (1967)
Data di adozione: 31/1/1967 – Data di entrata in vigore: 4/10/1967
ONU

– Convenzione sullo status degli apolidi (1954)
Data di adozione: 28/9/1954 – Data di entrata in vigore: 6/6/1960
ONU

– Convenzione supplementare sull’abolizione della schiavitù, del commercio di schiavi, e sulle istituzioni e pratiche assimilabili alla schiavitù (1956)
Data di adozione: 7/9/1956 – Data di entrata in vigore: 30/4/1957
ONU

– Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (1965)
Data di adozione: 21/12/1965 – Data di entrata in vigore: 4/1/1969
ONU

– Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (1966)
Data di adozione: 16/12/1966 – Data di entrata in vigore: 3/1/1976
ONU

– Patto internazionale sui diritti civili e politici (1966)
Data di adozione: 16/12/1966 – Data di entrata in vigore: 23/3/1976
ONU

– Protocollo Opzionale relativo al Patto internazionale sui diritti civili e politici (1966)
Data di adozione: 16/12/1966 – Data di entrata in vigore: 23/3/1976
ONU

– Secondo Protocollo facoltativo al Patto internazionale sui diritti civili e politici sull’abolizione della pena di morte (1989)
Data di adozione: 15/12/1989 – Data di entrata in vigore: 11/7/1991
ONU

– Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne (1979)
Data di adozione: 18/12/1979 – Data di entrata in vigore: 3/9/1981
ONU

– Protocollo opzionale alla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne (1999)
Data di adozione: 6/10/1999 – Data di entrata in vigore: 22/12/2000
ONU

– Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne (1993)
Data di adozione: 20/12/1993
ONU

– Piano d’azione mondiale di educazione per i diritti umani e la democrazia, adottato dal Congresso internazionale sull’educazione per i diritti umani e la democrazia
Data di adozione: Montreal, 8-11/031993
UNESCO

– Dichiarazione di Vienna e Programma d’azione (1993)
Data di adozione: 25/6/1993
ONU

– Decennio per l’educazione ai diritti umani (1995)
Data di adozione: 01/01/1995
ONU

– Dichiarazione sull’eliminazione di tutte le forme d’intolleranza e di discriminazione fondate sulla religione o il credo (1981)
Data di adozione: 25/11/1981
ONU

– Dichiarazione sul diritto dei popoli alla pace (1984)
Data di adozione: 12/11/1984
ONU

– Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (1984)
Data di adozione: 10/12/1984 – Data di entrata in vigore: 26/6/1987
ONU

– Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (2003)
Data di adozione: 18/12/2002 – Data di entrata in vigore: 22/6/2006
ONU

– Dichiarazione sul diritto allo sviluppo (1986)
Data di adozione: 4/12/1986
ONU

– Convenzione sui diritti del bambino (1989)
Data di adozione: 20/11/1989 – Data di entrata in vigore: 2/9/1990
ONU

– Protocollo facoltativo alla Convenzione sui diritti del bambino riguardante il traffico di bambini, la prostituzione infantile e la pornografia infantile
Data di adozione: 25/5/2000 – Data di entrata in vigore: 18/1/2002
ONU

– Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie (1990)
Data di adozione: 18/12/1990 – Data di entrata in vigore: 1/7/2003
ONU

– Il Decennio per l’educazione ai diritti umani (1994)
Data di adozione: 14/12/1994
ONU

– Dichiarazione sulle responsabilità delle generazioni presenti verso le generazioni future (1997)
Data di adozione: 12/11/1997
ONU

– Dichiarazione universale sul genoma umano e i diritti umani (1997)
Data di adozione: 11/11/1997
UNESCO

– Dichiarazione del Millennio (2000)
Data di adozione: 8/9/2000
ONU

– Convenzione relativa alla proibizione e immediata azione per l’eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile (2000)
Data di adozione: 17/6/1999 – Data di entrata in vigore: 19/11/2000
OIL

– Norme sulle responsabilità delle imprese transnazionali e delle altre imprese commerciali in materia di diritti umani (2003)
Data di adozione: 13/8/2003
ONU

– Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalla sparizione forzata (2006)
Data di adozione: 20/12/2006 – Data di entrata in vigore: 23/12/2010
ONU

– Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (2007)
Data di adozione: 13/9/2007
ONU

 

Diritto internazionale umanitario:

– IV Convenzione dell’Aja concernente le leggi e gli usi della guerra terrestre e regolamento annesso (1907)
Data di adozione: 18/10/1907 – Data di entrata in vigore: 26/01/1910

– Protocollo concernente la proibizione di usare in guerra gas asfissianti, tossici o simili e mezzi batteriologiche (1925)
Data di adozione: 17/06/1925 – Data di entrata in vigore: 08/02/1928

– I° Convenzione di Ginevra sulla protezione dei feriti e dei malati nella guerra terrestre
– II° Convenzione di Ginevra sulla protezione dei feriti, malati e naufraghi nella guerra marittima
– III° Convenzione di Ginevra sulla protezione dei prigionieri di guerra
– IV° Convenzione di Ginevra sulla protezione della popolazione civile
Data di adozione: 1949

– I° Protocollo addizionale relativo ai conflitti armati internazionale e II° Protocollo addizionale relativo ai conflitti armati non internazionali
Data di adozione: 1977

– Convenzione che vieta lo sviluppo, la fabbricazione e lo stoccaggio delle armi batteriologiche (biologiche) o a base di tossine e che disciplina la loro distruzione (1972)
Convenzione sulle armi biologiche
Data di adozione: 10/4/1972 – Data di entrata in vigore: 26/3/1975
ONU

– Convenzione sul divieto dell’uso di tecniche di modifica dell’ambiente a fini militari e ad ogni altro scopo ostile (1976)
Data di adozione: 10/12/1976 – Data di entrata in vigore: 5/10/1978
ONU

– Convenzione sul divieto o la limitazione dell’impiego di talune armi classiche che possono essere ritenute capaci di causare effetti traumatici (e protocolli facoltativi)
Data di adozione: 10/10/1980 – Data di entrata in vigore: 2/12/1983
ONU

– Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione, stoccaggio ed uso di armi chimiche e sulla loro distruzione (1993)
Data di adozione: 13/1/1993 – Data di entrata in vigore: 29/4/1997
ONU

– Convenzione sul divieto di impiego, di stoccaggio, di produzione e di trasferimento delle mine antipersona e sulla loro distruzione
Data di adozione: 18/9/1997 – Data di entrata in vigore: 1/3/1999
ONU

 

Principali Carte regionali in materia di diritti umani:

– Convenzione americana sui diritti umani (1969)
Patto di San José di Costarica
Data di adozione: 22/11/1969 – Data di entrata in vigore: 18/7/1978
OAS – Organizzazione degli Stati Americani

– Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli (1981)
Data di adozione: 28/6/1981 – Data di entrata in vigore: 21/10/1986
UA – Unione Africana

– Protocollo alla Carta Africana dei diritti dell’uomo e dei popoli relativo alla creazione di una Corte africana dei diritti dell’uomo
Data di adozione: 10/6/1998 – Data di entrata in vigore: 25/1/2004
UA

– Protocollo alla Carta Africana sui diritti dell’uomo e dei popoli sui diritti delle donne in Africa (2003)
Data di adozione: 11/7/2003 – Data di entrata in vigore: 25/11/2005
UA – Unione Africana

– Carta araba dei diritti dell’uomo (emendata) (2004)
Data di adozione: 15/9/1994 – Data di entrata in vigore: 15/3/2008
Lega degli Stati Arabi

– Dichiarazione del Cairo sui diritti umani nell’Islam (1990)
Data di adozione: 5/8/1990
Organizzazione della Conferenza Islamica

 

Principali Convenzioni e Dichiarazioni adottate a livello europeo:

– CEDU Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (1950) e Protocolli addizionali
Data di adozione: 4/11/1950 – Data di entrata in vigore: 3/9/1953
COE – Consiglio d’Europa

– Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (1987)
Data di adozione: 26/11/1987 – Data di entrata in vigore: 1/2/1989
COE – Consiglio d’Europa

– Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali (1995)
Data di adozione: 1/2/1995 – Data di entrata in vigore: 1/2/1998
COE – Consiglio d’Europa

– Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei minori (1996)
Data di adozione: 25/1/1996 – Data di entrata in vigore: 1/7/2000
COE – Consiglio d’Europa

– Convenzione per la protezione dei diritti dell’uomo e la dignità dell’essere umano riguardo alle applicazioni della biologia e della medicina (1997)
Convenzione sui diritti umani e la biomedicina – Convenzione di Oviedo
Data di adozione: 4/4/1997 – Data di entrata in vigore: 1/12/1999
COE – Consiglio d’Europa

– Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (2000)
Data di adozione: 7/12/2000
UE – Unione Europea

– Carta Sociale Europea (riveduta) (1996)
Data di adozione: 3/5/1996 – Data di entrata in vigore: 1/7/1999
COE – Consiglio d’Europa

– Carta sull’educazione alla cittadinanza democratica e ai diritti umani
Data di adozione: 11/05/2010
COE

 

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QUI [https://goo.gl/NMfggy] trovi la RACCOLTA NORMATIVA MANUALE DEI DIRITTI UMANI
Trattati, Convenzioni, Dichiarazioni, Statuti, Protocolli
aggiornati al 2004  (1395 pagine).

 

 

● Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

La migliore garanzia dei diritti umani è quella che previene la loro violazione e lo strumento più efficace per la promozione dei diritti della persona e dei popoli sono l’insegnamento e l’educazione.

 

Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il cui testo completo è stampato nelle pagine seguenti. Dopo questa solenne deliberazione, l’Assemblea delle Nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, a tal fine, di pubblicarne e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali dell’Organizzazione internazionale, ma anche in quante altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione. Il testo ufficiale della Dichiarazione è disponibile nelle lingue ufficiali delle Nazioni Unite, cioè cinese, francese, inglese, russo e spagnolo.

 

Preambolo

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;

Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;

Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione;

Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;

Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;

Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l’osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;

Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;

L’ASSEMBLEA GENERALE

proclama

la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.

Articolo 3

Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Articolo 4

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Articolo 5

Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.

Articolo 6

Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

Articolo 7

Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

Articolo 8

Ogni individuo ha diritto ad un’effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.

Articolo 9

Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.

Articolo 10

Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.

Articolo 11

  1. Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.
  2. Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.

Articolo 12

Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

Articolo 13

  1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
  2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

Articolo 14

  1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.
  2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l’individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Articolo 15

  1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.
  2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.

Articolo 16

  1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all’atto del suo scioglimento.
  2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.
  3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.

Articolo 17

  1. Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri.
  2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.

Articolo 18

Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.

Articolo 19

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Articolo 20

  1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.
  2. Nessuno può essere costretto a far parte di un’associazione.

Articolo 21

  1. Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.
  2. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.
  3. La volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.

Articolo 22

Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.

Articolo 23

  1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.
  2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
  3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.
  4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Articolo 24

Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.

Articolo 25

  1. Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.
  2. La maternità e l’infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.

Articolo 26

  1. Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L’istruzione elementare deve essere obbligatoria. L’istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l’istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.
  2. L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
  3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.

Articolo 27

  1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.
  2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.

Articolo 28

Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

Articolo 29

  1. Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.
  2. Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.
  3. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.

Articolo 30

Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.

 

 

 

Gli studi  e  lo schema  di realizzazione della “Autocertificazione della Qualità di Legale Rappresentante” sottostante all’istituto giuridico del “Jersey Trust autodichiarato” in Diritto internazionale originano da questo gruppo di studio.