● Il 3° passo, il Popolo ha deciso che la sentenza venga applicata

Oggi, 10 Ottobre 2017, il Popolo della Nazione Italia ha manifestato se stesso in piazza del Popolo a Roma e di fronte al proclama del Governo Legittimo di Transizione ha approvato le proposte che lo stesso governo ha preparato.

Il Popolo si è spostato in piazza Montecitorio, qui il Generale Antonio Pappalardo ha

raccolto le istanze degli abusivi e scritto, letto, proclamato ed approvato una lettera in cui si dispone la chiusura di questo governo illegittimo. Entro le 17 avrebbero dovuto dare una risposta a tale lettera ma non l’hanno fatto.

Non hanno risposto al Popolo.

 

Il Generale Pappalardo ha quindi consultato il Popolo per decidere cosa fare e il Popolo ha proclamato la sua volontà: che la sentenza venga applicata ORA. Il Generale Pappalardo ha quindi riferito la decisione proclamata dal Popolo alle Forze dell’Ordine che ora stanno consultando la loro gerarchia per agire.

Domattina alle ore 11 le Forze dell’Ordine si porranno davanti al Popolo, di nuovo riunito a Montecitorio in presidio notturno che ascolterà cosa avranno da dire, acclamando di nuovo l’applicazione della sentenza.

Chiunque sia appartenente a uno qualsiasi dei partiti politici faccia passare per proprie parole, dichiarazioni o azioni in merito a quanto sta accadendo a Roma sta strumentalizzando e manipolando ciò che il Popolo sta agendo.

Il Popolo è Sovrano e non si riconosce in nessun partito o fazione o associazione.

Il Popolo Sovrano, è.

Aggiornamento del 14 Ottobre 2017:

[Carmelo Milazzo dixit: “Io il mio dovere l’ho fatto, sono un individuo libero e sovrano, non ho mai tollerato i soprusi. Adesso la palla passa all’Autorità Giudiziaria. Se non è collusa, deve procedere! L’unica cosa che mi rompe il ca°°o è che i vigliacchi dovranno godere dei benefici di chi come me il coraggio lo può vendere a tonnellate! Grazie soprattutto a chi direttamente e indirettamente ha reso possibile tutto questo, da Popolo Unico al Movimento di Liberazione Italia. Un’enorme mole di lavoro sta dietro a questa azione!”].

 

● Il 2° passo, dopo la notifica: “Manifesto di liberazione dell’Italia”

[ECCO IL MANIFESTO DEL GEN. ANTONIO PAPPALARDO]
MOVIMENTO LIBERAZIONE ITALIA IN NOME E PER CONTO DEL POPOLO ITALIANO SOVRANO (ART.1 CO.2 COSTITUZIONE: “LA SOVRANITÀ APPARTIENE AL POPOLO”)

A TUTTE LE AUTORITÀ DEPUTATE AL RISPETTO DELLA LEGALITÀ NELLA REPUBBLICA ITALIANA SOVRANA

Il sottoscritto Generale dei Carabinieri in quiescenza, Dott. Antonio Pappalardo, nato a Palermo, il 25 giugno 1946, C.F. PPPNTN46H25G273D, in qualità di Presidente e L.R. del movimento politico nazionale, denominato “Movimento Liberazione Italia”, con elezione di domicilio per il presente atto in Roma, al Corso Vittorio Emanuele 152 (00186 – RM)

PREMESSO CHE

1. in data 04/12/2013, pubblicazione in G.U.15/10/2014 n.3, la Corte Costituzionale Italiana con sentenza n.1/2014 ha determinato l’illegittimità costituzionale del Parlamento Italiano e della legge elettorale utilizzata per eleggere il Parlamento in carica;

2. l’art.136 co.1 della Costituzione prevede che “Quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”;

3. il Presidente della Repubblica in carica Napolitano Giorgio, con un Colpo di Stato, invece di sciogliere immediatamente il Parlamento, ha nominato gli illegittimi governi Monti, Letta e Renzi, dando loro mandato pieno a svolgere qualsiasi attività governativa;

4. alle dimissioni di Napolitano Giorgio, il Parlamento illegittimo, su indicazione del governo Renzi, ha nominato nuovo Presidente della Repubblica Mattarella Sergio, illegittimo anch’egli, oltre ad essere stato componente del collegio della Corte Costituzionale che aveva sentenziato l’illegittimità del Parlamento, che ha accettato la nomina in spregio di qualsiasi coerenza etica, morale, istituzionale e giuridica;
5. Mattarella Sergio, invece di sciogliere immediatamente il Parlamento, ha nominato l’illegittimo governo Gentiloni, dando mandato pieno a svolgere qualsiasi attività governativa;

6. in data 11/09/2017 è stato consegnato a Mattarella Sergio, a norma della L.241/90, un Atto Stragiudiziale di Intimazione e Diffida a sciogliere il Parlamento illegittimo, nel rispetto della sentenza della Corte Costituzionale e della Costituzione;

7. a tutt’oggi Mattarella Sergio non ha adempiuto alla sentenza della Corte Costituzionale ed alle relative previsioni della Costituzione;

8. tutti i parlamentari, il presidente della repubblica, il presidente del consiglio e tutti i componenti il governo Gentiloni, in quanto illegittimi, non possono usufruire dell’immunità parlamentare, a norma dell’art.68 della Costituzione, che loro non rispettano, pertanto, possono essere arrestati con decorrenza immediata, su tutto il territorio nazionale, essendo in flagranza di reato;

9. tutti i parlamentari, il presidente della repubblica, il presidente del consiglio e tutti i componenti i governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, in quanto illegittimi, devono restituire, con gli interessi legali e la rivalutazione monetaria, tutti gli importi di cui si sono illegittimamente impossessati ai danni dei Cittadini Italiani Sovrani;

10. tutte le leggi, le norme, i tributi, le tasse e qualsiasi altro atto e/o provvedimento, assunti in sede nazionale e/o internazionale, da un parlamento e/o da un governo illegittimi e sottoscritte da un presidente della repubblica illegittimo, sono anch’esse illegittime, quindi prive di qualsiasi autorità e forza di legge nei confronti dei Cittadini Italiani Sovrani, che le considerano, pertanto, NULLE ed inapplicabili;

11. tutte le nomine dei prefetti, dei questori e dei loro vice, su tutto il territorio nazionale, in quanto effettuate da governi illegittimi, sono anch’esse illegittime e, quindi, prive di qualsiasi autorità nei confronti del Popolo Italiano Sovrano;

12. Napolitano Giorgio, Mattarella Sergio, Monti Mario, Letta Enrico, Renzi Matteo, Gentiloni Paolo e tutti i Parlamentari in carica, nominati con una legge elettorale definita incostituzionale ed illegittima, si sono resi colpevoli, in toto e/o in parte, dei seguenti reati:

1) Alto tradimento (art.90 Costituzione); 
2) Concorso formale in reato continuato (art.81 c.p.); 
3) Pene per coloro che concorrono nel reato (art.110 c.p.); 
4) Circostanze aggravanti (art.112 c.p.); 
5) Attentato contro l’integrità l’indipendenza e l’unità dello Stato (art.241 c.p.); 
6) Intelligenze con lo straniero a scopo di guerra contro lo Stato italiano (art.243 c.p.); 
7) Corruzione del cittadino da parte dello straniero (art.246 c.p.); 
8) Infedeltà in affari di Stato (art.264 c.p.); 
9) Attentato contro la Costituzione dello Stato (art.283 c.p.); 
10) Usurpazione di potere politico o comando militare (art.287 c.p.): 
11) Attentati contro i diritti politici del cittadino (art.294 c.p.); 
12) Corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio (art.319 c.p.); 
13) Corruzione di persona incaricata di pubblico servizio (art.320 c.p.); 
14) Abuso d’ufficio (art.323 c.p.); 
15) Omissione di atti d’ufficio (art.328 c.p.); 
16) Interruzione d’un servizio pubblico o di pubblica utilità (art.331 c.p.); 
17) Usurpazione di funzioni pubbliche (art.347 c.p.); 
18) Associazione a delinquere (art.416 bis c.p.); 
19) Circostanze aggravanti (art.456 c.p.); 
20) Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici (art.476 c.p.); 
21) Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in certificati (art.477 c.p.); 
22) Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici (art.479 c.p.); 
23) Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in certificati (art.480 c.p.); 
24) Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici (art.481 c.p.); 
25) Falsità materiale commessa dal privato (art.482 c.p.); 
26) Falsità ideologica commessa dal privato in atti pubblici (art.483 c.p.); 
27) Falsità commesse da pubblici impiegati incaricati di un pubblico servizio (art.493 c.p.); 
28) Istigazione o aiuto al suicidio (art.580 c.p.); 
29) Riduzione in schiavitù (art.600 c.p.); 
30) Furto (art.624 c.p.); 
31) Truffa (art.640 c.p.); 
32) Circonvenzione di persone incapaci (art.643 c.p.); 
33) Abuso della credulità popolare (art.661 c.p.); 
34) Eventuali altre fattispecie di reato che venissero rilevate nel corso delle indagini; 

13. il luogo di commissione dei reati è tutto il territorio nazionale, pertanto, sono competenti tutte le Procure della Repubblica d’Italia;
14. il tempo di commissione dei crimini è in corso di esecuzione ed in flagranza di reato (art.382 c.p.p.)
15. le Persone Offese sono la Repubblica Italiana, come Nazione, e tutti i Cittadini Italiani Sovrani, a norma dell’art.1 della Costituzione, cui spetta il legittimo diritto costituzionale di eleggere i propri Parlamentari con una legge conforme alle previsioni costituzionali.

Questo atto/denunzia chiede al potere giudiziario, di pubblica sicurezza e militare dello Stato, che ha giurato fedeltà alla Repubblica Italiana Sovrana, di prendere una chiara ed inequivocabile posizione rispetto a questi illeciti e di agire in conformità. Tutti coloro che saranno conniventi e/o collusi con i suddetti soggetti illegittimi, e/o che daranno loro supporto e/o assistenza, saranno considerati in concorso di reato con i golpisti dal Popolo Italiano Sovrano e come tali saranno giudicati.

Roma, 10 ottobre 2017

Con osservanza
Generale dei Carabinieri
Antonio Pappalardo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

● Il 1° passo

COSA È SUCCESSO IERI, 11 SETTEMBRE 2017 ALLE 15, IN PIAZZA MONTECITORIO

 

È stata notificata la diffida ad adempiere ex art. 1454 c.c. al Capo dello Stato con la quale il Popolo DISPONE che tutti i parlamentari debbano andarsene entro trenta giorni, in ossequio alla sentenza 1/2014 della Corte di Cassazione, dove si è dichiarato illegittimo quanto segue:

  1. le cariche parlamentari,
  2. tutto ciò che è stato legiferato.

La diffida è stata notificata al dott. Filiberto Mastrapasqua del commissariato Esposizione, Roma Eur.

L’Art. 1 della Carta costituzionale italiana dice che il potere appartiene al popolo, costituito da tutti i cittadini, che concorrono al governo della cosa pubblica attraverso gli istituti e i meccanismi previsti. Tuttavia gli “abusivi” hanno prodotto leggi in contrasto con la Costituzione: un esempio? L’Articolo 75 dice che il Popolo non può prendersi il diritto d’interferire con le loro decisioni né sugli accordi internazionali… COSICCHÉ È ENTRATO L’EURO, MA NON SOLO…

 

 

UN PO’ DI STORIA

Nel 2014 la Corte di Cassazione emette la SENTENZA 1/2014 in cui viene detto che la Legge Elettorale è anticostituzionale (LINK: http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2014&numero=1). QUESTO GOVERNO È ILLEGITTIMO, il Popolo italiano deve saperlo.

 

Ieri era una giornata storica ma nessuno ne ha dato notizia, chissà perché… È stata notificata la disposizione che dà lo sfratto al Parlamento: rimangono 30 giorni per andarsene. Poi interverrà la Polizia a sgomberare il Palazzo per restituirlo al Popolo.

All’evento non ha presenziato nessun organo di stampa MA NOI ABBIAMO IL POTERE DI DIFFONDERE, E ALLORA DIFFONDIAMO!

Cosa fate: vi svegliate?

State zitti fino alle prossime elezioni partecipando e rimanendo complici di questa illegalità?
Ridete di chi ha presenziato dicendo: “e ma a cosa serve?”, “siete degli illusi” e ancora: denunciate chi, a chi?

Denunciate i protetti agli stessi protettori?

Chi dovrebbero condannare?

Ma state scherzando oppure fate sul serio?

Una sceneggiata pazzesca per nulla?

Ma davvero credete che la dittatura si scalzi con queste cazzate?

Ma mi trovi nella storia un esempio che possa calzare?

Quale dittatura nel mondo è crollata sotto “i pericolosissimi, esplosivi, avvisi di sfratto”?

 

Ricordate che l’immobilismo non ha mai premiato nessuno.

Si usurpa la Carta costituzionale e chi sta zitto e si lamenta (soltanto) è complice e non ha alcun diritto di lamentarsi. Chi non fa nulla è complice della rovina delle future generazioni.

Quella di ieri non era una manifestazione bensì un atto del Popolo contro l’illegalità e contro l’omicidio della terra, della nazione e degli esseri umani, Persone Umane private della Capacità di Agire Giuridica.

IL POPOLO È SOVRANO, vi ricordate vero?

Lo sfratto è disposto dal Popolo per mano del Gen. Pappalardo dei Carabinieri, che ha potuto consegnarlo in quanto transitato in quiescenza, quest’ultimo, che molti screditano, è da conoscere e far conoscere. Non c’è nessun partito politico. Grazie anche a Valeria Gentili e tutti coloro che erano presenti!

La Strategia del Generale Pappalardo e dei suoi uomini mette K.O. il sistema.
Hanno vietato l’accesso a tutte le piazze della Capitale e l’evento è stato dirottato rapidamente in via del Corso e presso il cinema Capranichetta, straripando naturalmente in piazza Montecitorio, per l’intenso afflusso di adesioni, che è continuato fino a sera e sta proseguendo senza sosta oggi 12 settembre.

La giornata di ieri 11 settembre 2017 ha visto, per la prima volta nella storia d’Italia, il popolo sovrano che ha diffidato il capo dello Stato, per iscritto e con regolare ricevuta, a sciogliere le camere entro 30 giorni. 

ORA, È CHIARO CHE L’ESECUTORE DELLA NOTIFICA È IL POPOLO DIRETTAMENTE E NESSUNO (PARTITI, ASSOCIAZIONI, ECC.) CHE LO RAPPRESENTI, VERO?

LINK: https://www.facebook.com/profilo1985/posts/10214213304148876)

 

 

LINK SENTENZA: http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2014&numero=1

 

Il primo passo verso la rinascita della nostra nazione si è compiuto ieri con la consegna della notifica di applicazione alla sentenza n. 1/2014. Il generale in congedo Antonio Pappalardo, portavoce della volontà del popolo ha consegnato nelle mani di un alto funzionario dell’ordine pubblico (Mastropasqua) l’ordine esecutivo e applicativo della suddetta sentenza. Protagonista assoluto e disponente dell’operato, è stato il Popolo italiano, convenuto civilmente e ordinatamente davanti a Piazza Montecitorio a testimonianza di questo indubbio momento storico. L’emozione e la consapevolezza veniva percepita da tutti i presenti che hanno mantenuto il controllo totale sugli eventi in corso. Mamme e papà con al seguito bambini hanno partecipato e contribuito a creare un clima famigliare e gioioso invalicabile e impenetrabile per qualsiasi sistema dittatoriale. Un plauso anche per coloro, che pur non avendo potuto essere presenti, hanno dato il loro apporto energetico seguendo il corso degli eventi da casa.
Grandi assenti, sempre e comunque ingiustificati data l’enorme portata dell’azione, gli imprecatori ad oltranza, i dichiarati oppositori al NWO, i no vax chiusi in recinti, i gruppi di scie chimiche, i signoraggisti, i forconi e tutti gli altri.
Allucinante ed estremamente dissonante questo comportamento contradditorio in cui arriva l’ordine di indietreggiare proprio nel momento in cui vi è necessità di sfondare, oltretutto in ragione di una sentenza che chiedeva solo di essere applicata. E chi doveva renderla applicabile se non il popolo?
In questo momento di totale confusione in cui le informazioni si accavallano ad una velocità impressionante, emergono sempre più chiaramente le manipolazioni e i giochetti oscuri che si celano dietro false opposizioni.
Ci si augura che coloro che sono ancora vittime e dipendenti di decisioni altrui non proprio conformi agli intenti dichiarati, possano prendere coscienza della manipolazione subita e spiccano il volo in direzione della volontà dettata dalla propria coscienza.
Al di là di tutto, il primo obiettivo è stato raggiunto.
(P. Spazzoli)

Esce il DRAPPELLO in rappresentanza del Popolo Sovrano.
In piazza, per il Pubblico Proclama.
L’approvazione dei Disponenti del Patto Costituzionale, tra due ali di folla festante e applausi a scroscio.

Emozione enorme, di tutti.
La voce di donna che sentite di fondo, sta leggendo gli Articoli da 1 a 12 della Costituzione Italiana. Quelli fondamentali.

La folla segue il drappello e il Commissario verso l’ingresso laterale del palazzo,

in Via Uffici del Vicario.
Viene sollevata l’irritualità di una notifica all’esterno.
Essa verrà reiterata, nella forma consona, al chiuso, nei prossimi giorni a venire.

…e l’inno, cantato a squarciagola…

IL MOMENTO DELLA CONSEGNA del mandato al Commissario Mastrapasqua
Questore del Commissariato “Esposizione”
Oggi, 11 settembre 2017, alle ore 16 circa
Un grande, questo Commissario.
Un VERO italiano e Patriota.
Un uomo di Cor-Aggio e di Onestà.
L’atto è nelle sue mani per la debita notifica prevista.
Questo momento è Storia;

la prima volta che il Popolo Sovrano si fa Carne, Sangue, Cuore e Spirito,
la prima volta che dispone e agisce in atti, che inoltra per la notifica in pubblicità il suo Volere ad un Pubblico Ufficiale dello Stato, per il legittimo corso delle procedure di esecuzione di una sentenza della Suprema Corte.
30 giorni, a partire dal 11 Settembre 2017 scadono il 10 ottobre prossimo.

Il Popolo oggi ha espresso sè stesso. In Persona.
Ho pianto. Molto.
di Gioia.

(Valeria Gentili)

 

D’ALTRA PARTE…

L’ex Presidente della Corte Costituzionale tuona: “se oggi diciamo che lo Stato può fallire è perché la sua sovranità è venuta a mancare”.

Finalmente anche ex Giudici della Corte Costituzionale, anzi addirittura un ex Presidente della stessa, cominciano a dire le cose come stanno, senza inutili giri di parole. Non può che far piacere che Gustavo Zagrebelsky affermi con decisione concetti che sono nostri da molti anni.

Finalmente un Magistrato della Consulta ha il coraggio di dire che gli Stati sovrani non possono fallire e che oggi, se ciò accade, è perché lo Stato ha abdicato al suo ruolo cedendo la sua prerogativa fondamentale: la sovranità monetaria. Un’affermazione che andrebbe tenuta in debita considerazione dalle Procure della Repubblica che incredibilmente non vedono reati nello smantellamento dell’Italia come Stato sovrano ed indipendente.

Le parole di Zagrebelsky sono anche uno schiaffo al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che, benché giurista ed ex Corte Costituzionale, non usa il suo potere istituzionale per dire le medesime verità, le quali ben difficilmente potrebbe omettere solo per mera ignoranza. Anzi, dopo l’incontro ed il relativo inchino alla Commissione Trilaterale, nota associazione eversiva creata dai grandi gruppi di potere economico per influenzare le democrazie mondiali a proprio piacimento, parlare di buona fede nei confronti di Mattarella è una palese forzatura.

Ma torniamo a Zagrebelsky, a cui va la stima di tutti coloro che credono ancora nella libertà e nel riscatto della democrazia costituzionale, e trascriviamo le sue splendide parole:

Si parla di fallimento dello Stato come di cosa ovvia.

Oggi, è “quasi” toccato ai Greci, domani chissà. È un concetto sconvolgente, che contraddice le categorie del diritto pubblico formatesi intorno all’idea dello Stato. Esso poteva contrarre debiti che doveva onorare. Ma poteva farlo secondo la sostenibilità dei suoi conti. Non era un contraente come tutti gli altri. Incorreva, sì, in crisi finanziarie che lo mettevano in difficoltà. Ma aveva, per definizione, il diritto all’ultima parola. Poteva, ad esempio, aumentare il prelievo fiscale, ridurre o “consolidare” il debito, oppure stampare carta moneta: la zecca era organo vitale dello Stato, tanto quanto l’esercito. Come tutte le costruzioni umane, anche questa poteva disintegrarsi e venire alla fine. Era il “dio in terra”, ma pur sempre un “dio mortale”, secondo l’espressione di Thomas Hobbes. Tuttavia, le ragioni della sua morte erano tutte di diritto pubblico: lotte intestine, o sconfitte in guerra. Non erano ragioni di diritto commerciale, cioè di diritto privato.

Se oggi diciamo che lo Stato può fallire, è perché il suo attributo fondamentale — la sovranità — è venuto a mancare. Di fronte a lui si erge un potere che non solo lo può condizionare, ma lo può spodestare. Lo Stato china la testa di fronte a una nuova sovranità, la sovranità dei creditori“.

Esattamente come è per le società commerciali. I creditori esigono il pagamento dei loro crediti e, se il debitore è insolvente, possono aggredire lui e quello che resta del suo patrimonio e spartirselo tra loro”.

La menomazione dell’indipendenza e della sovranità è reato… Chissà se dopo le parole di Zagrebelsky qualcuno alla Procura di Roma inizierà a pensarci… I reati per comodità più utili ad incriminare chi ha tradito la nazione sono quelli di cui all’art. 241 e 243 c.p. (Avv. Marco Mori)

 

 

● Trust (apro e chiudo una parentesi, nel Diritto positivo)

L’istituto del “trust” può rappresentare un’alternativa da valutare attentamente per conseguire un legittimo risparmio di imposta

Prima di procedere ad una purtroppo sommaria, dato lo scopo che con questo scritto ci si è prefissi di conseguire, analisi della vigente normativa in materia di “trust“, inteso come istituto che a ben determinate condizioni può comportare vantaggi in materia impositiva a favore del contribuente, alleggerendone, o quanto meno, diluendo nel tempo il peso dell’imposizione, è senza dubbio doveroso porre a mo’ di premessa una fondamentale considerazione di metodo. Mentre è del tutto lecito cercare di conseguire risparmi in materia di imposta dovuta dal contribuente all’erario, è altrettanto necessario che ciò avvenga nel pieno del rispetto delle norme che compongono il “corpus” della legislazione fiscale, senza fare di un qualsiasi istituto, e tanto meno del “trust“, un utilizzo distorto che può comportare l’insorgere di fenomeni a carattere scientemente elusivi (o caratterizzati da forme di abuso del diritto) irrimediabilmente sanzionabili da parte dell’Amministrazione finanziaria. Quale che sia la scelta che quindi viene intrapresa dal contribuente, essa non deve mai comportare un capzioso aggiramento della norma, aggiramento volto ad ottenere un indebito risparmio fiscale attraverso un improprio (ed artificioso) utilizzo dei meccanismi che vengono messi a disposizione dalla legge.

Breve descrizione dell’istituto del “trust”

Il “trust” è un contratto, tipico della giurisprudenza anglosassone, ma da qualche anno adottato e riconosciuto anche dalla legislazione italiana, con cui un soggetto disponente (“trustor” o “settlor“) trasferisce la proprietà di uno o più beni a favore di un soggetto fiduciario (“trustee“), il quale dispone e amministra i diritti reali così acquisiti (secondo le indicazioni che sono state stabilite all’atto della costituzione del rapporto giuridico), per uno scopo predeterminato o nell’interesse di un “beneficiary” titolare di un diritto personale, cui successivamente, se l’atto costitutivo del “trust” così prevede, potranno trasferirsi in piena proprietà i beni alla cessazione del “trust“.
Con il perfezionamento dell’istituto si viene a realizzare la completa separazione dalla sfera giuridica del disponente del “patrimonio conferito“, che passa in piena proprietà al “trustee”, attuando una forma di ampia tutela e garanzia del patrimonio stesso. Il complesso dei beni che lo compongono, infatti, non può essere oggetto di alcuna pretesa da parte di:

  • creditori del disponente, in quanto i beni costituenti il patrimonio che è stato conferito al “trust” non sono più di proprietà del disponente;
  • creditori personali del “trustee“, poiché lo stesso, seppur proprietario, detiene i beni conferiti solo in virtù della pregressa costituzione del “trust“, non a titolo personale, ma in favore del “trust” e ne dispone secondo le modalità che il “disponente” ha definito all’atto della costituzione del “trust” stesso;
  • creditori dei beneficiari o loro eredi, che potranno operare una cessione solo con lo scioglimento del “trust” (il cui termine viene definito nell’atto di costituzione) ed il conseguente trasferimento della proprietà.

L’istituto del “trust” è assai flessibile e le finalità cui il “trust” è funzionale possono essere le più svariate. A solo titolo di puro esempio un “trust” può essere costituito al fine di provvedere alla amministrazione e protezione della massa patrimoniale della famiglia da vicende che riguardino la sua attività imprenditoriale o quelle familiari; la tutela dei minori e dei soggetti ritenuti essere incapaci, in deroga alle restrizioni previste nelle disposizioni testamentarie che prevedono godimenti limitati dei beni; la tutela del patrimonio per finalità successorie, con destinazione a eredi specifici o a persone estranee alla famiglia; investimento in piani pensionistici o fondi comuni (trust fund anglosassoni).

Chiarita la molteplicità degli scopi per cui può essere conveniente la costituzione di un “trust“, veniamo alle forme con cui più comunemente si può presentare questo istituto. La forma più nota con cui si presenta un “trust” è probabilmente “l’estate planning trust“, nel quale un soggetto costituisce il suo patrimonio in “trust” a vantaggio di uno o più soggetti, ad esempio i figli, per tutta la durata della loro vita, di modo che essi possano godere di una rendita predeterminata e che, a una data stabilita (coincidente, ad esempio, con la morte del beneficiario o dei beneficiari), prevede il passaggio dei beni direttamente agli eredi dei beneficiari, evitando così un doppio assoggettamento all’imposta sulle successioni. Sono invece diverse le finalità del cosiddetto “charitable trust“, il patrimonio del quale è impiegato per il perseguimento di fini pubblici e del “business trust“, più simile, nei fini, alle società di capitali, che invece si propone uno scopo di lucro.

La fiscalità del “trust”
Dopo avere tratteggiato rapidamente le caratteristiche principali dell’istituto, passiamo a rilevare che esso è stato introdotto nell’ordinamento tributario italiano dalla legge finanziaria 296/2006, che ha modificato l’articolo 73 del titolo II, capo I del Tuir, provvedendo ad ampliare il novero dei soggetti passivi all’imposta sui redditi delle società (IRES) ed inserendo il “trust” tra i cosiddetti “Enti non commerciali” (vedi nota n. 1). Il sistema normativo previgente, pur riconoscendo efficacia giuridica ai “trust” regolati da legislazioni di Stati esteri (in linea con la Convenzione dell’Aja adottata nel 1985), non era mai intervenuto sull’imposizione fiscale dei proventi e dei frutti derivanti dalla gestione di beni conferiti in “trust“, né tantomeno in ordine al trattamento fiscale delle erogazioni degli stessi a favore dei beneficiari.
La prassi amministrativa e gli orientamenti dottrinali di specie, in particolare, si sono a lungo esercitati a distinguere e ad analizzare le caratteristiche di ogni singolo “trust“, al fine di determinare le modalità con cui provvedere alla tassazione dei flussi reddituali riconducibili al “trust” medesimo. In base alle loro caratteristiche si possono quindi distinguere almeno due grandi categorie di “trust“:

  • trust trasparenti“, in cui i beneficiari di reddito sono “individuati”. In questo caso i redditi derivanti dalla gestione dei beni confluiti nel “trust”, o comunque corrisposti ai beneficiari, vengono imputati per trasparenza ai beneficiari stessi e tassati in base all’aliquota marginale IRPEF propria dei beneficiari;
  • trust opachi“, senza beneficiari di reddito “individuati“. In questo caso i redditi generati dalla gestione dei beni confluiti nel “trust” vengono direttamente attribuiti al “trust” medesimo e tassati in capo ad esso. Nel caso in cui tali redditi vengano successivamente distribuiti dal “trust” ai beneficiari, in base a quanto disposto dall’atto costitutivo, essi non saranno più soggetti ad imposta.

Il “trust“, infatti, è assoggettato a tassazione per trasparenza, così come viene stabilito dalla circolare 48/2007 dell’Agenzia delle Entrate, soltanto nei casi in cui siano individuati i beneficiari del reddito. È anche possibile che un “trust” abbia contemporaneamente la caratteristica di “opaco” e di “trasparente”, nel caso in cui una parte del reddito prodotto dall’amministrazione del patrimonio conferito venga accantonata in conto capitale e parte venga distribuita ai beneficiari. I flussi di reddito generati dal “trust” e soggetti a tassazione sostitutiva o a ritenuta alla fonte a titolo di imposta avendo assolto tutti gli obblighi tributari, non devono scontare ulteriore imposizione né in capo al “trust” stesso né in capo ai beneficiari. A puro titolo di esempio tra i redditi distribuiti possono esservi interessi, premi, obbligazioni e titoli similari assoggettati a ritenuta alla fonte a titolo di imposta del 12,50% o 27%, a seconda dei casi, o redditi diversi di natura finanziaria assoggettati a imposizione sostitutiva delle imposte sui redditi del 12,50%. I beneficiari dei redditi sono tassati per trasparenza se, oltre a essere individuati, sono titolari del diritto di pretendere dal “trustee” l’assegnazione di quella parte di reddito che gli viene imputata per trasparenza. Tali redditi sono inclusi tra i redditi di capitale ai sensi dell’articolo 44, comma 1, lettera g-sexies, del Dpr 917/1986; tuttavia, come precisato dalla circolare 48/2007 dell’Agenzia delle Entrate, gli stessi sono tassati per competenza e non per cassa.
I “trust opachi“, invece, vengono tassati in base ai redditi attribuiti e tali redditi non possono essere successivamente tassati in capo ai beneficiari che li hanno percepiti (cfr. risoluzione 81/2008 dell’Agenzia delle Entrate sul “trust” misto).

Residenza
ai fini dell’imposizione fiscale è i particolare importanza la definizione della residenza del “trust“. L’articolo 73, comma 3, del Dpr 917/1986, stabilisce che un soggetto Ires viene considerato a tutti gli effetti residente se per la maggior parte del periodo di imposta ha (alternativamente) nel territorio dello Stato:

  • la sede legale
  • la sede dell’amministrazione
  • l’oggetto principale dell’attività.

In particolare l’Amministrazione finanziaria ha ritenuto opportuno chiarire che i criteri da prendere in considerazione per chiarire il collegamento con il territorio dello Stato, dalla cui presenza discende la residenza fiscale, sono la sede dell’amministrazione e l’oggetto principale dell’attività che viene svolta (non potendosi, quindi, a differenza delle società e degli enti, avere riguardo alla loro sede legale poiché poco adeguata alla peculiarità giuridica del “trust“). La sede dell’amministrazione risulta di agevole individuazione per i “trust” che si avvalgono, nel perseguire il loro scopo definito nell’atto di costituzione, di un’apposita struttura organizzativa (dipendenti, locali eccetera). Se dovesse invece mancare questa struttura, la sede dell’amministrazione tenderà a coincidere con il domicilio fiscale del “trustee“. L’oggetto principale dell’attività del “trust” è, invece, collocato nel territorio dello Stato in cui si trovano fisicamente i beni del “trust” stesso (in realtà, poiché il “trustee” amministra i beni che sono stati assegnati dal disponente, la residenza dello stesso non dovrebbe necessariamente coincidere con l’ubicazione dei beni). Un patrimonio immobiliare che sia ubicato interamente in Italia, ha evidentemente una residenza fiscale riconducibile nel territorio dello Stato; ma, se i beni o i diritti dovessero interessare una pluralità di Stati, occorre fare riferimento al criterio della prevalenza. Nel caso di patrimoni mobiliari, invece, l’oggetto principale dovrà essere identificato con l’effettiva e concreta attività esercitata.

Disposizione antielusiva di residenza
Trust offshore“: l’articolo 73, comma 3, Dpr 917/1986 (vedi nota n. 2), nell’ambito della definizione della residenza ai fini assoggettamento alle imposte sui redditi, prevede una specifica disposizione finalizzata a contrastare possibili fenomeni elusivi di localizzazione all’estero. I “trust” esteri istituiti in Paesi che non consentono un adeguato scambio di informazioni, e comunque non inclusi nella “white list” individuata con decreto ministeriale 4 settembre 1996 sono, considerati comunque residenti in Italia qualora alternativamente:

  • il disponente o il beneficiario siano fiscalmente residenti in Italia;
  • siano posti in essere da parte di un soggetto fiscalmente residente in Italia a favore del “trust“, successivamente alla sua costituzione, atti di trasferimento di diritti di proprietà su beni immobili, di costituzione o di trasferimento di diritti reali immobiliari (anche per quote), ovvero di vincoli di destinazione sugli stessi.

Tale disciplina antielusiva trova applicazione solo nel caso siano residenti in Italia i beneficiari effettivi del reddito, a nulla rilevando la residenza dei beneficiari del fondo in “trust” ed è applicabile ai “trust” con beneficiari “individuati“, i cui redditi, quindi, sono imputati per trasparenza. La presunzione semplice opera anche se la residenza fiscale in Italia del disponente e del beneficiario non è verificata nel medesimo periodo d’imposta. Infatti, mentre la residenza del disponente, in virtù della natura istantanea dell’atto di disposizione, rileva nel periodo d’imposta in cui questi ha effettuato l’atto di disposizione a favore del “trust” (sono irrilevanti eventuali successivi cambi di residenza fiscale), quella del beneficiario attrae in Italia la residenza del “trust“, anche se si verifica in un periodo d’imposta successivo. Ulteriore presunzione opera, inoltre, se gli immobili e i relativi diritti interessati da atti dispositivi a favore del “trust” risultano essere ubicati in Italia (circolare interpretativa), non essendo sufficiente, in tale caso, la residenza fiscale nel territorio dello Stato italiano del soggetto che pone in essere gli atti.

I “Trust esterovestiti“: la circolare precisa che, ove compatibili, sono applicabili ai “trust” anche le disposizioni in materia di esterovestizione delle società previste dall’articolo 73, commi 5-bis e 5-ter, Dpr 917/1986 (vedi nota n. 3); sono ricompresi, quindi, i Paesi elencati nella “white list” per i quali non opera la presunzione di residenza su citata (cfr. risoluzione 400/2008 dell’Agenzia delle Entrate su “trust” e normativa Cfc ). La disciplina sull’esterovestizione delle società, introdotta con il Dl 223/2006 dispone, nell’articolo 73, una presunzione relativa “salvo prova contraria…“, in base alla quale è considerata esistente nel territorio dello Stato la sede dell’amministrazione di società ed enti, che detengono partecipazioni di controllo, ai sensi dell’articolo 2359 c.c., in Spa, Sapa, Srl, società cooperative, società di mutua assicurazione, enti pubblici e privati, se, alternativamente:

  • sono controllate, anche indirettamente, ex articolo 2359, comma 1, c.c., da soggetti residenti nel territorio dello Stato
  • sono amministrate da un consiglio di amministrazione, o altro organo equivalente di gestione, composto in prevalenza di consiglieri residenti nel territorio dello Stato.

Tale estensione appare applicabile in maniera limitata nel caso specifico, poiché il “trust” non può per sua natura essere controllato da una società. La norma potrebbe trovare applicazione per un “trust” estero con “trustee” residente in Italia e con partecipazioni di controllo in società di capitali italiane.

Obblighi fiscali
Il “trust” deve:

  1. presentare annualmente la dichiarazione dei redditi (cfr. circolare 48/2007 dell’Agenzia delle Entrate), anche se trasparente;
  2. acquisire un proprio codice fiscale;
  3. ottenere partita Iva laddove si eserciti un’attività di tipo commerciale commerciale.

I dettami tributari del “trust” prevedono inoltre, obbligatoriamente, la tenuta delle scritture contabili, a seguito delle modifiche introdotte dalla legge 296/2006 all’articolo 13 del Dpr 600/73. I “trust” che hanno per oggetto esclusivo l’esercizio di attività commerciali devono tenere le scritture contabili previste dall’articolo 14, mentre quelli che esercitano attività commerciale in forma non esclusiva sono obbligati alla tenuta delle scritture contabili ex articolo 20 dello stesso Dpr 600. In base all’attività svolta, il “trust” può essere anche soggetto all’Irap.

Il trattamento fiscale del trasferimento di beni nei “trust” 

  • Imposte dirette

La disposizione in un “trust” di beni senza corrispettivo, non relativi a impresa, non genera di norma materia imponibile né in capo al disponente, né in capo al “trustee“. Laddove, invece, tali beni rientrino tra quelli relativi all’impresa, la disposizione di beni in “trust” è considerata una destinazione a finalità estranee all’esercizio dell’attività di impresa e, come tale, generatrice di un ricavo (articolo 85, comma 2, Tuir) o di una plusvalenza (articoli 58, 86 e 87 del Tuir) a seconda della tipologia di bene assegnato, determinati in base al valore normale di cui all’articolo 9, comma 3 (operazione soggetta a Iva ai sensi dell’articolo 2, comma 2, n. 5, del Dpr 633/1972). Per quanto si riferisce invece alle cessioni di beni durante il periodo di validità del contratto originante il “trust” (cfr. risoluzione Agenzia delle Entrate n. 425/2008 sul trattamento fiscale delle plusvalenze nel “trust“), se le disposizioni sono poste in essere nell’ambito dell’esercizio d’impresa, si applica la disciplina fiscale afferente alla categoria di appartenenza del bene ceduto, mentre, se le cessioni non sono effettuate nell’esercizio d’impresa, ricorrono i presupposti reddituali previsti dall’articolo 67 del Tuir. In tali casi, per la determinazione delle plusvalenze, si dovrà avere riguardo ai valori fiscalmente riconosciuti in capo al disponente, fermo restando che il trasferimento dei beni dal disponente al “trustee” non crea un’interruzione del decorso del quinquennio di cui all’articolo 67, mentre nel caso di cessione di beni acquistati ad opera del “trust” si farà riferimento al prezzo da questi pagato. Il trasferimento di aziende per causa di morte o atto gratuito, nello specifico, non dà luogo al realizzo di plusvalenze, se l’azienda è assunta ai medesimi valori fiscalmente riconosciuti per il dante causa ex articolo 58, comma 1, del Tuir.
Imposta di successione e donazione – La tassazione trova applicazione solamente nel primo passaggio, quello che dal disponente va al “trustee” e non anche nel trasferimento finale dal “trustee” ai beneficiari, poiché la realizzazione dell’attribuzione liberale si pone sin dall’origine a favore del beneficiario. La determinazione delle aliquote e delle franchigie deve, quindi, essere determinata in riferimento al rapporto intercorrente tra il soggetto disponente e il beneficiario (identificato almeno in relazione al grado di parentela con il disponente) e non a quello tra disponente e trustee. Nel caso del “trust” di scopo, mancando un beneficiario finale, l’imposta sarà dovuta con l’aliquota dell’8% prevista per i vincoli di destinazione a favore di altri soggetti ex articolo 2, comma 48, lettera c), Dl 262/2006. La costituzione del vincolo di destinazione in un “trust” disposto a favore dei discendenti del disponente non è soggetta all’imposta di donazione (cfr. articolo 3, comma 4-ter, Dlgs 346/1990) qualora abbia a oggetto aziende o rami di esse, quote sociali e azioni.

  • Imposte ipotecarie e catastali – Sono dovute, rispettivamente, per la formalità della trascrizione di atti aventi a oggetto beni immobili o diritti reali immobiliari e per la voltura catastale degli stessi. La circolare 48/2007 dell’Agenzia delle Entrate ha precisato che le stesse imposte sono dovute in misura proporzionale sia in sede di attribuzione di beni immobili o diritti reali immobiliari dal disponente al “trustee”, sia nel successivo trasferimento dei beni medesimi dal “trustee” ai beneficiari. Le imposte ipotecarie e catastali sono inoltre dovute per i trasferimenti eventualmente effettuati durante la vita del “trust“.

Qualche esempio per chiarire meglio la possibilità di conseguire un risparmio fiscale

Il “trust” e la tassazione dei redditi
Si supponga che due soggetti abbiano costituito un “trust“, nel quale facciano poi confluire l’intero capitale di una S.r.l.. Essendo il “trust” un soggetto IRES, i dividendi distribuiti dalla società partecipata beneficeranno dell’esenzione IRES per il 95% del loro ammontare. Tuttavia, a seconda che il “trust” risulti essere opaco o trasparente, si potranno verificare i seguenti scenari:

Trust opachi – I redditi derivanti dai beni devono essere assoggettati a tassazione in capo al “trust“, quale soggetto passivo IRES, laddove non sia individuato alcun beneficiario. La successiva distribuzione agli stessi beneficiari dei proventi (capitalizzati) conseguiti dal “trust“, ovviamente, non è assoggettabile ad alcuna imposizione sul reddito (distribuzione di capitale).

Trust trasparenti – Il reddito conseguito dal “trust” trasparente è, invece, imputato direttamente a ciascun dei beneficiari individuati, in proporzione alla quota che è stata attribuita nell’atto istitutivo ovvero in parti uguali tra loro, qualora dall’atto costitutivo stesso non sia stata prevista una ripartizione determinata. Il beneficiario deve essere individuato e deve risultare titolare del diritto di pretendere dal “trustee” l’assegnazione di quella parte di reddito che gli viene imputata per trasparenza. Nel caso di “trust trasparenti“, i redditi si qualificano sempre, in capo ai beneficiari, quali redditi di capitale, in base a quanto viene disposto dall’articolo 44, comma 1, del Tuir, a prescindere dal tipo di attività commerciale o non commerciale che viene esercitata, e dovranno pertanto essere computati nel reddito complessivo senza alcuna deduzione, beneficiando, tuttavia, del credito d’imposta per eventuali imposte che siano state assolte all’estero in via definitiva (sempre in misura proporzionale alla quota individuata in capo al singolo beneficiario). Se i redditi che sono stati conseguiti dai “trust” fiscalmente residenti in Italia sono invece destinati a beneficiari non che non risultano essere residenti fiscalmente in Italia e si qualifichino come redditi di capitale ex articolo 44 del Tuir, occorrerà valutarne, nel rispetto di eventuali convenzioni contro le doppie imposizioni, l’imponibilità in Italia o meno ai sensi dell’articolo 23, comma 1, lettera b), del Tuir.

Il Trust e la tassazione dei dividendi

La tassazione dei dividendi in capo a un “trust” opaco
Il “trust” opaco è un soggetto passivo alla tassazione dei redditi che sconta l’IRES in misura pari al 27,5% in qualità di ente non commerciale. Si sottolinea che gli enti non commerciali sono stati provvisoriamente annoverati tra i soggetti cui si applica l’IRES, sia pure con criteri di determinazione della base imponibile tra loro differenti. In base a quanto viene disposto dall’articolo 4, comma 1, lettera q), del decreto legislativo n. 344 del 2003, gli utili percepiti dagli enti non commerciali, nel limite del 95 per cento del relativo ammontare, non concorrono alla formazione del reddito complessivo imponibile; gli stessi sono esclusi anche se vengono conseguiti nell’esercizio di impresa. In sintesi, i dividendi percepiti da un “trust” opaco, sia in caso di partecipazioni qualificate sia in ipotesi di partecipazioni non qualificate, sono esenti per il 95% del loro ammontare e la tassazione a cui si ritrovano essere soggetti è il 27,5% del 5%, quindi l’1,375%.

La tassazione dei dividendi in capo a un trust trasparente
Come detto, un trust viene definito trasparente nel caso in cui i beneficiari del reddito da esso generato sono individuati all’atto di costituzione del “trust” medesimo. Per tali soggetti, la norma cui fare riferimento è l’ultimo periodo dell’articolo 73, comma 2 del Tuir (vedi nota n. 4). La citata disposizione stabilisce che i redditi conseguiti dal “trust” sono imputati, in ogni caso, ai beneficiari in proporzione alla quota di partecipazione da essi detenuta, quota che è stata individuata nell’atto di costituzione o in altri documenti successivi ovvero, in mancanza, in parti uguali. La base imponibile dei dividendi, in presenza di “trust” trasparente o opaco, è la medesima. Sono infatti tassati sul 5% del loro ammontare; in questo caso, però, la base imponibile sconterà la tassazione progressiva IRPEF di ciascuno dei beneficiari.

Conclusioni
In sostanza, indipendentemente dalle caratteristiche del “trust“, sia che si tratti di “trust” trasparente che di “trust opaco”, la tassazione dei dividenti è sul 5% del loro ammontare.
L’unica differenza sostanziale è la seguente:

  • se il “trust” è opaco, tale base imponibile sconta l’IRES del 27,5% ovvero i dividendi percepiti da un “trust opaco”, sia in caso di partecipazioni qualificate sia in ipotesi di partecipazioni non qualificate, sono esenti per il 95% del loro ammontare e la tassazione a cui sono soggetti è il 27,5% del 5%, quindi l’1,375%;
  • diversamente, nel caso di trust trasparenti la base imponibile è imputata ai beneficiari scontando la tassazione progressiva Irpef di ciascuno di essi.

Nota n. 1. L’articolo 87 del Tuir prevede quattro categorie di soggetti passivi Irpeg.

  1. Società di capitale (società per azioni ed in accomandita per azioni, società a responsabilità limitata, società cooperative e società di mutua assicurazione)
  2. Enti commerciali (enti pubblici e privati che hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali).
  3. Enti non commerciali (enti pubblici e privati che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali).
  4. Società ed enti non residenti (società ed enti di ogni tipo, con o senza personalità giuridica, non residenti nel territorio dello stato).

Gli enti non commerciali sono rappresentati dagli enti, diversi dalle società, non aventi per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali. Tra gli enti non commerciali si comprendono, oltre le persone giuridiche (Associazioni riconosciute), anche:

a) le associazioni non riconosciute,
b) i consorzi;
c) le altre organizzazioni non appartenenti ad altri soggetti passivi nei confronti dei quali il presupposto d’imposta si verifichi in modo unitario ed autonomo ed aventi le seguenti caratteristiche:

  • unitarietà della determinazione dei beni;
  • autonomia patrimoniale e di gestione;
  • capacità di produrre reddito in proprio;
  • autonomia di fondazione del bilancio.

Nota n. 2. Testo articolo 73, comma 3, Dpr 917/1986: “Si considerano altresì residenti nel territorio dello Stato…….. salvo prova contraria, i trust e gli istituti aventi analogo contenuto istituiti in Stati o territori diversi da quelli di cui al decreto del Ministro dell’economia e delle finanze emanato ai sensi dell’articolo 168-bis, in cui almeno uno dei disponenti ed almeno uno dei beneficiari del trust siano fiscalmente residenti nel territorio dello Stato. Si considerano, inoltre, residenti nel territorio dello Stato i trust istituiti in uno Stato diverso da quelli di cui al decreto del Ministro dell’economia e delle finanze emanato ai sensi dell’articolo 168-bis, quando, successivamente alla loro costituzione, un soggetto residente nel territorio dello Stato effettui in favore del trust un’attribuzione che importi il trasferimento di proprietà di beni immobili o la costituzione o il trasferimento di diritti reali immobiliari, anche per quote, nonché vincoli di destinazione sugli stessi”.

Nota n. 3. Articolo 73, commi 5-bis e 5-ter, Dpr 917/1986 5-bis: “Salvo prova contraria, si considera esistente nel territorio dello Stato la sede dell’amministrazione di società ed enti, che detengono partecipazioni di controllo, ai sensi dell’articolo 2359, primo comma, del codice civile, nei soggetti di cui alle lettere a) e b) del comma 1, se, in alternativa:

  • sono controllati, anche indirettamente, ai sensi dell’articolo 2359, primo comma , del codice civile, da soggetti residenti nel territorio dello Stato;
  • sono amministrati da un consiglio di amministrazione, o altro organo equivalente di gestione, composto in prevalenza di consiglieri residenti nel territorio dello Stato.

5-ter. Ai fini della verifica della sussistenza del controllo di cui al comma 5-bis, rileva la situazione esistente alla data di chiusura dell’esercizio o periodo di gestione del soggetto estero controllato. Ai medesimi fini, per le persone fisiche si tiene conto anche dei voti spettanti ai familiari di cui all’articolo 5, comma 5.”


Nota n. 4. Articolo 73, comma 2, ultimo periodo Dpr 917/1986: “Nei casi in cui i beneficiari del trust siano individuati, i redditi conseguiti dal trust sono imputati in ogni caso ai beneficiari in proporzione alla quota di partecipazione individuata nell’ atto di costituzione del trust o in altri documenti successivi ovvero, in mancanza, in parti uguali.

[Visto qui]

 

 

L’intento di questi pochi pixel è quello di migliorare il benessere collettivo. Su questa materia in Italia esistono molti studiosi e ricercatori, anche in aspro conflitto tra loro, costoro provengono da un obsoleto gruppo di studio (Popolo Unico) fondato nel 2015 ove si distillava dagli Stati Uniti la primitiva ideologia OPPT. Semplificando al massimo, l’utilità della LR non è quella di disporne per singole occorrenze alla stregua della patente di guida o del passaporto ecc. bensì è quella di aiutarci a capire chi siamo giuridicamente dinanzi allo Stato e quali diritti inalienabili debbano esserci ripristinati. La ricognizione e l’apprendimento delle norme sui Diritti umani è pre-condizione necessaria alla migliore comprensione di questi temi.

● Scopo. Un semplice parere, giusto o sbagliato che sia, formato sui contributi di P.U. (*) (**)

popolounicolaricercacontinuaLo scopo  dell’Autocertificazione della qualità di Legale Rappresentante (ved. qui), costituente il tuo trust, personificando il nuovo trustee delle tue finzioni e funzioni giuridiche (così annullando il trust formato illecitamente dallo Stato, nullo ab origine perché “indotto” all’atto di nascita) è quello di riprendere saldamente il controllo della tua personalità giuridica libera da qualsiasi autorità, avente  la facoltà di esercitare in prima persona la capacità di agire giuridicamente senza l’ausilio o l’ingerenza di intermediari. La personalità giuridica è un istituto riconosciuto ad ogni individuo alla nascita solo per il fatto di esistere… (Cit. prof. A. Papisca: “Quella della Persona Umana è Personalità giuridica di Diritto Universale, UN DIRITTO SUPER-COSTITUZIONALE per sua intrinseca natura…”).

QUINDI:

Art. 6 – Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

(Recepito nell’ Art.16 (#), Parte terza, Legge 25 ottobre 1977, n. 881)

Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica. (Cit. prof. A. Papisca: “Avere personalità giuridica significa “esistere” per un ordinamento giuridico, naturalmente con diritti, doveri e responsabilità.).

Il riconoscimento del fatto che la persona umana, in quanto tale, è soggetto, non oggetto di diritto, è atto dovuto. Quale ritolare di diritti che ineriscono alla dignità umana, la persona nasce come soggetto giuridico. Gli ordinamenti giuridici non esisterebbero senza la persona umana, poiché questa ne è il fondamento.

L’immigrato irregolare, il Nomade o i cosiddetti homeless (senza dimora) o sans-papiers non sono “sconosciuti” al diritto, tanto meno “inesistenti” per esso.

La “soggettività giuridica” è distinta dalla “cittadinanza”, come d’altronde stabilisce la Dichiarazione universale che dedica specificamente alla seconda l’articolo 15. Essa è uno status primordiale della persona, le cui modalità o articolazioni operative – per l’esercizio di diritti e di doveri – sono specificate appunto nello statuto di cittadinanza: questo avviene, storicamente, all’interno dei singoli ordinamenti statuali.

La personalità giuridica dell’essere umano va distinta dalla personalità giuridica di strutture organizzate che sono create per il conseguimento di determinati fini: gli stati, i comuni, le organizzazioni intergovernative, le camere di commercio, le università, le associazioni. Per queste entità “derivate” si parla di “persone giuridiche” per distinguerle appunto dalle persone umane la cui soggettività giuridica, ripeto, ha carattere “originario”. E’ appena il caso di segnalare che la personalità giuridica degli enti derivati può essere di diritto pubblico o di diritto privato.

Nel caso degli enti e delle associazioni all’interno degli stati la personalità giuridica è “attribuita” o “concessa”, diversamente che per le persone umane la cui soggettività giuridica, preesistendo al diritto positivo, è, deve essere semplicemente ‘riconosciuta’. Nei tempi, non propriamente preistorici, in cui studiavo il Diritto internazionale, nei relativi manuali trovavo un capitolo o, addirittura, un paragrafo intitolato: “L’individuo, oggetto del Diritto internazionale”. L’assunto era che soltanto gli Stati ne erano i soggetti, unici ed esclusivi: le persone umane erano ‘cosa loro’, come dire un affare interno alla rispettiva giurisdizione domestica. La dogmatica giuridica che argomentava sulla persona umana ‘oggetto’ è stata ampiamente usata ed abusata dalle ideologie che esaltavano, o addirittura deificavano, lo Stato come soggetto giuridico iperumano.

Con l’avvento del Diritto internazionale dei diritti umani, la persona umana viene liberata nella sua soggettività giuridica originaria e trionfa dunque sulla perniciossima idolatria statualistica”. 

RI-CITO:

“Quella della persona umana è personalità giuridica di diritto universale, un diritto SUPER-COSTITUZIONALE per sua intrinseca natura”.

Non riconoscendoti nel soggetto di diritto internazionale “Persona Umana” NON DISPONI PIENAMENTE DEI TUOI DIRITTI: non vi accedi perché la CITTADINANZA si innesta, negandoli, tra te e questi diritti inalienabili.

I tuoi diritti sono “accantonati” mediante l’attribuzione coatta della “cittadinanza” (non confonderti con la nazionalità, che è un’altra cosa).

Il LR, quale trustee del nuovo trust,

  • amministra e dispone in modo esclusivo di tutte le funzioni – finzioni giuridiche stabilite artificiosamente a suo tempo dallo Stato, in capo all’individuo, così rendendolo cittadino;
  • solleva l’individuo dagli INDEBITI obblighi cui era stato fatto segno illegittimamente, attribuitigli senza il suo consenso…
(*) https://www.popolounico.org/
(**) https://dirittiumaniblog.wordpress.com/2016/07/06/legale-rappresentanza-e-un-living-trust/

 

(#) Secondo quanto scaturisce dall’interpretazione (Antonio Cassese) dell’art. 10 Cost., in realtà non ci sarebbe bisogno di una legge ad hoc per l’attuazione dei trattati, ma la prassi non ha dato seguito a questa interpretazione.

L’intento di questi pochi pixel è quello di migliorare il benessere collettivo. Su questa materia in Italia esistono molti studiosi e ricercatori, anche in aspro conflitto tra loro, costoro provengono da un obsoleto gruppo di studio (Popolo Unico) fondato nel 2015 ove si distillava dagli Stati Uniti la primitiva ideologia OPPT. Semplificando al massimo, l’utilità della LR non è quella di disporne per singole occorrenze alla stregua della patente di guida o del passaporto ecc. bensì è quella di aiutarci a capire chi siamo giuridicamente dinanzi allo Stato e quali diritti inalienabili debbano esserci ripristinati. La ricognizione e l’apprendimento delle norme sui Diritti umani è pre-condizione necessaria alla migliore comprensione di questi temi.

● Ti regalo un’idea…

Cosa c’è scritto qua, POLITICO IGNORANTE E CAPRA?

Legge 881/1977 Parte Terza:
ARTICOLO 7

Gli Stati parti del presente Patto riconoscono il diritto di ogni individuo di godere di giuste e favorevoli condizioni di lavoro, le quali garantiscano in particolare:

a) la remunerazione che assicuri a tutti i lavoratori, come minimo:

  • i) un equo salario ed una uguale remunerazione per un   lavoro di eguale valore, senza distinzione di   alcun   genere;   in particolare   devono   essere   garantite alle   donne condizioni di lavoro   non   inferiori a quelle godute dagli uomini, con una eguale remunerazione per un eguale lavoro;
  • ii) un’esistenza   decorosa   per essi e per le loro famiglie in conformità delle disposizioni del presente Patto;

b) la sicurezza e l’igiene del lavoro;

c) la possibilità uguale per tutti di essere promossi, nel rispettivo lavoro, alla categoria superiore appropriata, senza altra considerazione che non sia quella dell’anzianità di servizio e delle attitudini personali;

d) il riposo, gli svaghi, una ragionevole limitazione delle ore di lavoro, e le ferie periodiche retribuite, nonché la remunerazione per i giorni festivi.

ARTICOLO 11

1. Gli Stati parti del presente Patto riconoscono il diritto di ogni individuo ad un livello di vita adeguato per sé e per la propria famiglia, che includa un’alimentazione, un vestiario, ed un alloggio adeguati, nonché al miglioramento continuo delle proprie condizioni di vita.

Gli Stati parti prenderanno misure idonee ad assicurare l’attuazione di questo diritto, e riconoscono a tal fine l’importanza essenziale della cooperazione internazionale, basata sul libero consenso.

ARTICOLO 12

1. Gli Stati parti del presente Patto riconoscono il diritto di ogni individuo a godere delle migliori condizioni di salute fisica e mentale che sia in grado di conseguire.

2. Le misure che gli Stati parti del presente Patto dovranno prendere per assicurare la piena attuazione di   tale   diritto comprenderanno quelle necessarie ai seguenti fini:

  • a) la diminuzione del numero dei nati morti e della mortalità infantile, nonché il sano sviluppo dei fanciulli;
  • b) il miglioramento di tutti gli aspetti dell’igiene ambientale e industriale;
  • c) la profilassi, la cura e il controllo delle   malattie epidemiche, endemiche, professionali e d’altro genere;
  • d) la creazione di condizioni che assicurino a tutti servizi medici e assistenza medica in caso di malattia.

ARTICOLO 13

1. Gli Stati parti del presente Patto riconoscono il diritto di ogni individuo all’istituzione. Essi convengono sul fatto   che l’istruzione deve mirare al pieno sviluppo della personalità umana e del senso della sua dignità e rafforzare il rispetto per i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali. Essi convengono inoltre che l’istruzione deve porre tutti gli individui in grado di partecipare in modo effettivo alla vita di una società libera, deve promuovere la comprensione, la tolleranza e l’amicizia fra tutte le nazioni e tutti i gruppi razziali, etnici o religiosi ed incoraggiare lo sviluppo delle attività delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.

2. Gli Stati parti del presente Patto, al fine di assicurare la piena attuazione di questo diritto, riconoscono che:

  • a) l’istruzione primaria deve essere obbligatoria e accessibile gratuitamente a tutti;
  • b) l’istruzione secondaria nelle sue diverse forme, inclusa l’istruzione secondaria tecnica e professionale, deve essere resa generale ed accessibile a tutti con ogni mezzo a ciò idoneo, ed in particolare mediante l’instaurazione progressiva   dell’istruzione gratuita;
  • c) l’istruzione superiore deve essere resa accessibile a tutti su un piano d’uguaglianza, in base alle attitudini di ciascuno, con ogni mezzo a ciò idoneo, ed in particolare mediante l’instaurazione progressiva dell’istruzione gratuita;
  • d) l’istruzione di base deve essere incoraggiata o intensificata nella misura del possibile, a beneficio degli individui che non hanno ricevuto istruzione primaria o non ne hanno completato il corso;
  • e) deve perseguirsi attivamente lo sviluppo di un sistema di scuole di ogni grado, stabilirsi un adeguato sistema di borse di studio e assicurarsi un continuo miglioramento delle condizioni materiali del personale insegnante.

3. Gli Stati parti del presente Patto si impegnano a rispettare la libertà dei genitori e, ove del caso, dei tutori legali, di scegliere per i figli scuole diverse da quelle istituite dalle autorità pubbliche, purché conformi ai requisiti fondamentali che possono essere prescritti o approvati dallo Stato in materia di istruzione, e di curare l’educazione religiosa e morale dei figli inconformità alle proprie convinzioni.

4. Nessuna disposizione di questo articolo sara’ interpretata nel senso di recare pregiudizio alla liberta’ degli individui e degli enti di fondare e dirigere istituti di istruzione, purché i principi enunciati nel 1° paragrafo di questo articolo vengano rispettati e l’istruzione impartita in tali istituti sia conforme ai requisiti fondamentali che possano essere prescritti dallo Stato.

 

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NE HANNO DIRITTO TUTTI (COMPRESI GLI ITALIANI) …SE NON CI FOSSERO POLITICI CHE NON CONOSCONO NULLA DI LEGGI.

 

 

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L’intento di questi pochi pixel è quello di migliorare il benessere collettivo. Su questa materia in Italia esistono molti studiosi e ricercatori, anche in aspro conflitto tra loro, costoro provengono da un obsoleto gruppo di studio (Popolo Unico) fondato nel 2015 ove si distillava dagli Stati Uniti la primitiva ideologia OPPT. Semplificando al massimo, l’utilità della LR non è quella di disporne per singole occorrenze alla stregua della patente di guida o del passaporto ecc. bensì è quella di aiutarci a capire chi siamo giuridicamente dinanzi allo Stato e quali diritti inalienabili debbano esserci ripristinati. La ricognizione e l’apprendimento delle norme sui Diritti umani è pre-condizione necessaria alla migliore comprensione di questi temi.

● Perché LR?

Il 29,9% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale nel 2012. I dati su povertà e rischio esclusione sociale in Italia (111mm x 100mm)

La sottoscrizione dell’istituto giuridico AUTOCERTIFICAZIONE della QUALITÀ di LEGALE RAPPRESENTANTE (Articolo 46 lettera u DPR 28.12.2000, n. 445) [1] in favore dell’essere umano, ossia nell’interesse di egli stesso (di fatto Disponente/Settlor di un Living Trust di alto scopo) e dei propri figli minori, aziona, nella giurisdizione del Diritto internazionale, un JERSEY TRUST AUTODICHIARATO, NON LUCRATIVO NÉ COMMERCIALE, nel quale il Trustee / Legale Rappresentante, a seguito di Mandato / Accordo Privato, opererà per veder riconosciuti all’essere umano i diritti inalienabili [2] costituenti l’alto scopo del trust, violati in certe circostanze persino agli italiani, si tratta, ad esempio, del “diritto al benessere”, definito anche “diritti economico-sociali”. Per ottenere protezione occorre far valere – per mezzo della curatela del Legale Rappresentante / Trustee – la propria personalità giuridica (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Articolo 6: “Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica”), tale precetto è indicato nella legge dello Stato 25 ottobre 1977, n. 881 alla sezione “Patto internazionale > PARTE TERZA > art. 16” della legge di ratifica della DUDU. Peraltro, secondo quanto scaturisce dall’interpretazione (Antonio Cassese) dell’art. 10 Cost., in realtà non ci sarebbe bisogno di una legge ad hoc per l’attuazione dei trattati, ma la prassi non ha dato seguito a questa interpretazione.

Quanto costa?
· Nessun costo [3] è richiesto oltre i normali diritti di segreteria riservati all’Amministrazione comunale depositante (quella di residenza e quella di nascita, se diversa);
· Nessun oneroso intervento è richiesto da parte di alcun notaio o avvocato.

L’ALTO SCOPO DEL TRUST è dunque il superamento dell’incapacità giuridica di agire del cittadino / essere umano [4]. Tale incapacità è innestata dallo Stato con frode, vale a dire senza il consenso dell’interessato (abuso della titolarità del nome) al momento della dichiarazione di nascita del nuovo nato alla Prefettura, nonché alla Procura della Repubblica, allorquando vengono attribuite al pupillo le cosiddette finzioni giuridiche denominate “soggetto giuridico e persona fisica” volte a vincolare l’essere umano alla P.A., o meglio, alle “amministrazioni o trustees statali” tramite i vari Pubblici Ufficiali come il tecnico o l’addetto della P.A., l’ufficiale sanitario, l’insegnante di una scuola, il controllore sui mezzi pubblici, l’ufficiale giudiziario, ecc.

[Nota [1]: E’ stata la Legge 4 gennaio 1968, n. 15 ad introdurre l’istituto dell’autocertificazione nell’ordinamento italiano, disciplinando per la prima volta in modo completo ed organico la materia, cui hanno fatto seguito varie rettificazioni, tra cui quelle contenute nella Legge n. 127/1997 (a sua volta modificata dalla Legge n. 191/98) e dal regolamento attuativo emanato con DPR n. 403/1998, in vigore dal 23 febbraio 1999.]

[Nota [2]: Diritti inalienabili >>> Legge n. 881 del 25 ottobre 1977 Autorizzazione alla ratifica e ordine di esecuzione in Italia (Gazzetta Ufficiale n 333 del 7 dicembre 1977). Data della ratifica: 15 settembre 1978 (Gazzetta Ufficiale n 328 del 23 novembre 1978).]

[Nota [3]: Imposta di bollo (nessun costo!) >>> Articolo 37 DPR 28.12.2000, n. 445. A) Le dichiarazioni sostitutive di cui agli articoli 46 e 47 sono esenti dall’imposta di bollo. B) L’imposta di bollo non è dovuta quando per le leggi vigenti sia esente da bollo l’atto sostituito ovvero quello nel quale e’ apposta la firma da legalizzare).]

[Nota [4]: A ben vedere, la definizione di “essente [umano]” al posto di “essere [umano]” è più profonda perché fissa meglio il lemma “essere”, unisce le parole “essere” ed “ente” (dal latino: ens – entis) ma è anche il gerundio del verbo essere. Dicendo “essere [umano]” usiamo l’infinito del verbo essere, che esprime qualcosa di poco vivo, di statico. Il gerundio “essente [umano]” esprime la vera forza insita nel verbo. “Essente” è in pratica “colui che è!”.]
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https://dirittiumaniblog.wordpress.com/2016/07/06/legale-rappresentanza-e-un-living-trust/

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L’intento di questi pochi pixel è quello di migliorare il benessere collettivo. Su questa materia in Italia esistono molti studiosi e ricercatori, anche in aspro conflitto tra loro, costoro provengono da un obsoleto gruppo di studio (Popolo Unico) fondato nel 2015 ove si distillava dagli Stati Uniti la primitiva ideologia OPPT. Semplificando al massimo, l’utilità della LR non è quella di disporne per singole occorrenze alla stregua della patente di guida o del passaporto ecc. bensì è quella di aiutarci a capire chi siamo giuridicamente dinanzi allo Stato e quali diritti inalienabili debbano esserci ripristinati. La ricognizione e l’apprendimento delle norme sui Diritti umani è pre-condizione necessaria alla migliore comprensione di questi temi.

● Rappresentanza tecnica e codice deontologico, questi sconosciuti [*]

È NECESSARIO CHE GLI AVVOCATI SI RENDANO CONTO CHE DEVONO DIRE AI LORO CLIENTI:

  1. che non sono obbligati a pagare i tributi, il canone rai, le tasse di proprietà, ecc.;
  2. che lo Stato italiano è nelle mani del CdA di una Spa che si spaccia per governo;
  3. che la persona fisica è frutto di un arbitrio e che l’autoriconoscimento con essa comporta invero una riduzione illegittima di capacità giuridica;
  4. che i giudici e i tribunali civili non hanno giurisdizione per le questioni legate al diritto di famiglia, sul regime di separazione e divorzio dei coniugi, e non hanno e non possono avere potestà sui figli altrui, con conseguente sospensione della potestà in capo ai genitori.

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Ah, dimenticavo, NEL TESTO DELLA COSTITUZIONE NON V’È TRACCIA DI OBBLIGHI ALLA DIFESA TECNICA.

La rappresentanza, in diritto, è l’istituto che comporta la sostituzione di un soggetto ad un altro nella dichiarazione di volontà. La ratio dell’istituto è quella di offrire a Mevia un canale perché egli possa esprimere la propria volontà quando questi, per i motivi più diversi, non sia in condizione di poterlo fare in prima persona, direttamente e autonomamente.

L’ordinamento giuridico si fa carico di questa esigenza e provvede affinché altri esprimano la volontà dell’imprenditore, dell’amministratore, del singolo privato che non può o non vuole concludere direttamente un negozio. In tal caso si ha rappresentanza, cioè manifestazione della volontà tramite un soggetto (rappresentante) e produzione degli effetti in capo al rappresentato.

Il rappresentante non si limita ad esprimere meccanicamente la volontà del rappresentato; la semplice trasmissione della volontà fatta dal portavoce non configura infatti rappresentanza.

Nella rappresentanza il rappresentante forma la propria volontà previamente, accordandosi con il rappresentato e poi conclude il negozio, manifestando la propria volontà. Si distingue il caso in cui il rappresentante conclude il negozio in nome proprio dal caso in cui lo conclude in nome del rappresentato; nel primo si ha rappresentanza indiretta o interposizione gestoria (tra i terzi e il rappresentato), nel secondo rappresentanzadiretta e spendita del nome del rappresentato. Non tutti gli atti sono suscettibili di essere compiuti a mezzo rappresentante: ne sono esclusi, per esempio, gli atti in cui è indispensabile che la manifestazione di volontà promani direttamente dal singolo (testamento, negozi familiari).

La rappresentanza può essere legale quando è imposta dalla legge, volontaria quando è conferita dall’interessato (art. 1387 cod. civ.). Particolare rilievo ha la rappresentanza nell’impresa, che dà luogo alle figure dell’institore e del commesso (artt. 2203 e seguenti cod. civ.).

Gli elementi della rappresentanza diretta sono due:

a) il potere rappresentativo o procura;

b) l’agire in nome del rappresentato.

Il potere rappresentativo è costituito dalla facoltà concessa al rappresentante dalla volontà del rappresentato di agire in suo nome. L’agire in nome del rappresentato di solito comporta la realizzazione di un interesse del rappresentato e ha rilevanza nei confronti dei terzi (tutela dellaffidamento).

La rappresentanza non crea un rapporto autonomo tra le parti, ma è uno strumento che rende produttivo di particolari effetti giuridici nei confronti dei terzi il rapporto sottostante (o rapporto di gestione). Poiché la volontà del rappresentante è quella che ha rilievo nel rapporto con i terzi, è alla volontà del rappresentante che si guarda nell’accertare se i suoi eventuali vizi incidano sulla validità del negozio; stabilisce infatti l’art. 1390 cod. civ. che il contratto è annullabile se è viziata la volontà del rappresentante.

I vizi della volontà del rappresentato non hanno rilievo, a meno che questi non avesse predeterminato alcuni elementi del negozio che poi sarebbe stato concluso dal rappresentante. Per quanto attiene alla capacità d’agire, è sufficiente che ne sia provvisto il rappresentato; il rappresentato può anche avvalersi di un rappresentante che abbia semplice capacità naturale (art. 1389 cod. civ.), cioè sia capace di intendere e volere.

Se vi è conflitto d’interessi tra rappresentante e rappresentato, il negozio può essere annullato su domanda del rappresentato: ma in questa ipotesi si deve tutelare anche l’interesse del terzo, che ha contrattato con rappresentante: l’annullamento avrà luogo pertanto solo se il terzo conosceva o era in grado di riconoscere il conflitto (art. 1394 cod. civ.).

L’ipotesi più rilevante di conflitto d’interessi è il contratto con se stesso: Tizio, rappresentante di Mevia, anziché vendere a Caio, vende a se stesso, o vende a se stesso come rappresentante di Sempronio. Anche in questo caso, il negozio è annullabile, a meno che il rappresentato non abbia autorizzato il rappresentante o il contenuto del contratto escluda la possibilità del conflitto (art. 1395 cod. civ.). Il codice disciplina unicamente la rappresentanza diretta. Nella rappresentanza indiretta il rappresentante agisce in nome proprio, ma per conto di altri (rappresentato); in tale ipotesi, la rappresentanza è caratterizzata dal contegno del rappresentante verso i terzi e non dal rapporto interno; prevale quindi l’elemento dell’agire per conto altrui piuttosto che l’elemento del potere rappresentativo.

La rappresentanza diretta e quella indiretta hanno un elemento d’identità, consistente nel fatto che l’affare gestito dal rappresentante è un affare altrui (del rappresentato). Ma la differenza è nella spendita del nome: i terzi nella rappresentanza diretta concludono con il rappresentato tramite il rappresentante;

Nella rappresentanza indiretta, invece, non conoscono il rappresentato, e il rappresentante acquista (o vende) per sé e si obbliga in proprio nei confronti del rappresentato.

Il rappresentante che opera senza potere, o eccedendo i limiti indicati nella procura, conclude un negozio privo di effetti.

Il rappresentato, in capo al quale gli effetti non si concludono, può però assumere effetti negoziali con un atto unilaterale (ratifica) diretto al terzo. La ratifica ha effetto retroattivo, ma sono salvi i diritti dei terzi (art. 1399 cod. civ.). La ratifica può essere sollecitata dal terzo che invita l’interessato a pronunciarsi entro un termine, scaduto il quale, nel silenzio, la ratifica si intende negata.

Nel caso in cui le modificazioni o la revoca della procura non siano portate a conoscenza dei terzi, si tutela il loro affidamento: il terzo non deve essere pregiudicato dal comportamento omissivo del rappresentato, pertanto il negozio giuridico concluso avrà effetti nei confronti del rappresentato. Per evitare queste conseguenze, il rappresentato deve dimostrare che i terzi conoscevano le modificazioni, o le hanno ignorate per loro colpa (art. 1396 cod. civ.).

La rappresentanza in giudizio, o rappresentanza tecnica, è l’istituto del processo civile secondo cui la parte (o eventualmente il suo rappresentante) deve, in generale, stare in giudizio con il ministero di un difensore. Tale rappresentanza (denominata “tecnica” perché implica il possesso di particolari qualità professionali) è conferita mediante procura. Essa presenta, a paragone della rappresentanza di diritto privato, un carattere di maggiore autonomia del rappresentante, giustificato dal fatto che il difensore è un soggetto professionalmente qualificato che collabora allo svolgimento di una funzione pubblica (quella giurisdizionale). La rappresentanza tecnica può essere revocata o rinunciata, ma revoca o rinuncia non producono effetti nei confronti dell’altra parte, per esempio, ai fini di una notificazione che essa debba effettuare presso il debitore, finché non sia avvenuta la sostituzione di quest’ultimo. Nel giudizio davanti al giudice di pace le parti (che possono proporre la domanda verbalmente presentandosi di persona al giudice che ne fa redigere verbale) possono anche farsi rappresentare da persona munita di mandato scritto, e non necessariamente da un legale.

Stiamo parlando della cosiddetta difesa in proprio, ossia della possibilità di stare in giudizio senza essere costretti a farsi rappresentare da un legale; facoltà che il nostro ordinamento positivo prevede espressamente soltanto per le cause avanti il giudice di pace, entro un certo valore e limitatamente ad alcune materie. E uguale sorte toccherebbe, codici alla mano, al giudizio secondo equità (cfr. art. 113 cod. proc. civ.).

La ratio di un siffatto orientamento andrebbe ricercata, lo avrebbe ribadito pure la Corte costituzionale, nel fatto che il nostro è un sistema caratterizzato dal principio di legalità; di conseguenza, la sola funzione che potrebbe riconoscersi, alla esempio, alla giurisdizione di equitàsarebbe quella di individuare l’eventuale regola di giudizio non scritta che, con riferimento al caso concreto, consenta una soluzione della controversia più adeguata alle caratteristiche specifiche della fattispecie concreta, alla stregua tuttavia dei medesimi principi cui si ispira la disciplina positiva: principi che non potrebbero essere posti in discussione dal giudicante, pena lo sconfinamento nellarbitrio, attraverso una contrapposizione con le proprie categorie soggettive di equità e ragionevolezza [n. 206 del 6 luglio 2004].

Ma il principio di legalità riferisce semplicemente che ogni provvedimento giuridico deve uniformarsi a norme generali, preordinate ed astratte; non pretende certo di assurgere a principio cardine del diritto o di operare in senso assoluto, né ritiene che le leggi positive siano insuperabili.

Il principio di legalità nasce per dare vigenza alle convenzioni umane e per esigenze di certezza del diritto, dunque per tutelare il singolo (e non per danneggiarlo o limitarne la sfera d’azione giuridica).

Il principio di legalità interviene nel contraddittorio con gli altri principi giuridici, primo fra tutti il principio di uguaglianza, vero principio cardine della nostra Costituzione [art. 3], che condiziona l’interpretazione dell’intero ordinamento giuridico.

Non solo, le leggi positive devono uniformarsi al diritto vivente, al diritto naturale e alle convenzioni internazionali sui diritti umani; e, sulla carta, lo fanno: più o meno ogni volta in cui, nel testo della Costituzione, compare scritta la parola “riconosce”. Il riconoscimento, la ricognizione, è l’avvenuto accertamento di situazioni giuridiche in fatto che sono antecedenti alle disposizioni costituzionali e dalle quali, peraltro, la stessa Costituzione trae la propria vigenza e giustificazione. A non tener conto di tutto ciò, allora sì, si sfocia nel mero arbitrio, come recita la sentenza della Corte. Sul punto, verrebbe da chiedersi perché la Corte, in tema di arbitrio, non abbia sentenziato ad esempio contro la riduzione di capacità giuridica nella quale incorre puntualmente il cittadino che si dichiara incautamente trustee della propria carta d’identità (contratto di diritto commerciale?).

Personalmente ritengo che la difesa in proprio sia sempre possibile, come pure il ricorso alla giudizio secondo equità. Laddove questo particolare ambito giuridico non dovesse avere, come avviene in Italia, un sufficiente corredo di regolamenti e prassi, si può fare agevolmente ricorso alla tecnica della mirror rule, l’artificio giuridico che consente di utilizzare le disposizioni di un’altra giurisdizione (nella specie: il common law) in supporto. Infatti, istituti quali ad esempio la vendita non sono certo tali e vigenti solo per il fatto che sono disciplinati dal codice civile: la vendita è un istituto antichissimo e, come altri, risponde a canoni di diritto, convenzioni e prassi commerciali che sono sempre valide (diritto vivente).

In secondo luogo, nel testo della Costituzione non vè traccia di obblighi alla difesa tecnica. Ma il problema che coloro che mi seguono con costanza hanno già intuito è legato prettamente questioni di responsabilità e competenza; è un problema, gravissimo, di inadeguatezza. In tema di competenza, del tutto inadeguata (e questo è il fatto più grave) è la formazione, laddove le Università non informano i futuri avvocati dell’esistenza di un rito occulto, di un sistema commerciale mondiale fraudolento, di condizioni giuridiche privilegiate, della reale portata dei diritti umani (e di quelli naturali soggettivi), del facoltà di esercitare il libero arbitrio e di negare il consenso ad ogni disposizione contraria a tali supremi diritti.

Analogo discorso va fatto per la cosiddetta formazione permanente (simile a corsi di aggiornamento periodici) cui noi avvocati saremmo obbligati per regolamento positivo, a pena di interventi disciplinari; formazione che io, francamente, ho sempre disertato. Al momento sono ancora in attesa di richiami ufficiali, ma sono ovviamente pronto a contestarli.

Se leggiamo con attenzione il codice deontologico forense, ci accorgiamo che, alla luce delle tematiche affrontate nel presente blog, gli avvocati che hanno ottenuto l’abilitazione professionale superando il relativo esame de facto non paiono in grado di potersi uniformare, ad esempio,

all’art. 8 (dovere di diligenza),

non potendo in effetti adempiere i propri doveri con diligenza, anche soltanto perché mancano, in primis, le basi formative. Mi chiedo se allora, l’attività dei miei colleghi meno consapevoli non si risolva altro che in una reiterata violazione

dell’art. 12 (dovere di competenza)

e anche, in concorso con il Consiglio Nazionale Forense,

dell’art. 13 (dovere di aggiornamento professionale).

Inoltre, posto che in diritto lignoranza non è una scusante (e men che meno per chi, con la legge, ci vive) e noi avvocati siamo i primi a ribadire la massima; a parte l’imbarazzante paradosso, dobbiamo ammettere di trovarci davanti ad una moltitudine di casi di colpa professionale diffusa.

A mio modesto giudizio, ritengo che tutti i cassazionisti, ossia gli avvocati con oltre 12 anni di esperienza e abilitati perciò a patrocinare in Cassazione, siano assolutamente indifendibili. E’ curioso che, quando ancora collaboravo con lui, proprio uno di codesti miei colleghi più anziani era solito ripetermi che “gli avvocati si devono riprendere il diritto”; giunti a questo punto, devo concluderne che egli stava parlando a se stesso, più che a me.

Alla data del 13 giugno del corrente anno sono stato convocato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Vicenza, la città presso cui esercito, per discutere della (prima) questione disciplinare elevata a mio carico (una sciocchezza: il ritardato pagamento della quota annuale di iscrizione). Debbo premettere che la data, per me che sono credente, ha un significato particolare: il 13 giugno ricorre Sant’Antonio da Padova, il quale, da quanto si racconta, faceva il mio stesso mestiere, e io a Padova ci sono nato. Così, ho preso il coraggio a quattro mani e ho deciso di approfittare della convocazione per confrontarmi apertamente con il Consiglio dell’Ordine degli avvocati, presieduto nella circostanza dall’avv. Fabio Mantovani del Foro di Vicenza. Peraltro, nel farlo ho ottemperato, ne più ne meno, ai miei obblighi deontologici, collaborando come mio dovere con il Consiglio dell’Ordine e osservando scrupolosamente il dovere di verità (art. 24). Ebbene: dopo una lunga esposizione, nella quale ho cercato di sensibilizzare i miei colleghi circa i tratti più oscuri dell’attuale trama giudiziaria positiva italiana, ho offerto la mia massima collaborazione e disponibilità per sollevare le sorti della giustizia sul territorio a noi affidato, ho chiesto aiuto e supporto, mostrandomi preoccupato per la nostra classe professionale, che, inutile girarci attorno, rischia veramente grosso. E dopo tutto ciò, la risposta lapidaria del presidente Mantovani è stata (testuali parole): Bene. Grazie e arrivederci!Ovviamente, manco a riferirlo, nei mesi successivi non sono interventi ripensamenti o scuse.

Francamente mi pare il classico atteggiamento alla Ponzio Pilato, per restare in tema; un atteggiamento inaccettabile posto che sono proprio i vari Consigli dislocati sul territorio italiano, capitanati dal CNF,  i principali organismi politico-giuridici obbligati ex lege ad attivarsi in difesa della giustizia. Inoltre, la classe degli avvocati è quella politicamente più indipendente e si trova nella posizione più comoda per agire (deve farlo).

Purtroppo o per fortuna, e nonostante i molti ostacoli che incontro sul mio cammino, non posso e non intendo fermarmi qui; senza contare che, se voglio continuare a fare il mio mestiere, sono obbligato a proseguire sia dalla lettera del codice deontologico sia dal giuramento professionale che ho fatto di difendere la giustizia e che mi lega a doppio filo al panorama giudiziario vicentino, come minimo.

Per prima cosa, trasmetterò il presente articolo al Consiglio di Vicenza, agli altri Consigli forensi del Veneto, al CNF, all’Unione delle Camere penali, all’Avvocatura di Stato e alle grandi associazioni di avvocati presenti sul territorio italiano: l’OUA e l’AIGA. Allo stato però, mi rendo conto che, in rapporto alla gravità dei problemi e all’urgenza di porvi rimedio, la risposta dei miei colleghi, anche di quelli più giovani, è assai lenta.

Pertanto, vista l’inerzia delle succitate istituzioni, ritengo giusto e doveroso coinvolgere tutti coloro che, esperti di diritto o meno, abbiano compreso la gravità di fondo della situazione e, pur non disponendo delle dovute competenze professionali, vogliano mettersi in gioco. In fondo si tratta di rispondere al sacro dovere di difesa della patria, sancito dall’art. 52, comma I, della Costituzione.

Invito costoro a condividere il più possibile il presente articolo con amici e parenti, o anche a trasmetterlo a tutti quegli uffici, pubblici e non, che apparirà giusto coinvolgere.

Più ancora, è necessario che i miei colleghi si rendano conto che devono dire ai loro clienti:

a) che non sono obbligati a pagare i tributi, il canone rai, le tasse di proprietà, ecc.;

b) che lo Stato italiano è nelle mani del CdA di una Spa che si spaccia per governo;

c) che la persona fisica è frutto di un arbitrio e che l’autoriconoscimento con essa comporta invero una riduzione illegittima di capacità giuridica;

d) che i giudici e i tribunali civili non hanno giurisdizione per le questioni legate al diritto di famiglia, sul regime di separazione e divorzio dei coniugi, e non hanno e non possono avere potestà sui figli altrui, con conseguente sospensione della potestà in capo ai genitori.

Consiglio di stampare questo e/o altri scritti contenuti nel presente blog e di recarsi presso un avvocato di fiducia chiedendo lumi; coloro che se la sentono, possono cercare di metterlo con le spalle al muro aiutandosi con la lettura di qualche articolo.

Non dimentichiamoci che prima delle carte di legge, contano la logica giuridica, i principi universali e il buon senso, e che i miei colleghi, per la stragrande maggioranza, sono più propensi a seguire la lettera del codice. Probabilmente, se incalzati, tenteranno di rispondere citando qualche legge o qualche sentenza. Per farli uscire allo scoperto, da un lato, si può verificare se in una data disposizione normativa si nascondono profili di arbitrarietà; oppure, si può risalire ai principi costituzionali portando il professionista a doversi confrontare con termini quali “riconoscimento”, “società di fatto” o “diritti inviolabili”. Più importante: fatevi rilasciare una firma e un timbro dello studio per presa visione dello stampato del presente articolo (senza omettere la data). Così facendo, quel professionista non avrà più spazio per ignorarle, e dovrà orientare il proprio operato in tal senso. Non c’è davvero bisogno di dirlo, visto che si tratta di articoli scritti da me: ovviamente, potete spendere il mio nome.

L’intento di questi pochi pixel è quello di migliorare il benessere collettivo. Su questa materia in Italia esistono molti studiosi e ricercatori, anche in aspro conflitto tra loro, costoro provengono da un obsoleto gruppo di studio (Popolo Unico) fondato nel 2015 ove si distillava dagli Stati Uniti la primitiva ideologia OPPT. Semplificando al massimo, l’utilità della LR non è quella di disporne per singole occorrenze alla stregua della patente di guida o del passaporto ecc. bensì è quella di aiutarci a capire chi siamo giuridicamente dinanzi allo Stato e quali diritti inalienabili debbano esserci ripristinati. La ricognizione e l’apprendimento delle norme sui Diritti umani è pre-condizione necessaria alla migliore comprensione di questi temi.

● Non ridurti così… Ok?

Servizio n.1236951: 20 Maggio 2016 - Piazza Del Popolo - VITTORIO VENETO (Treviso) - VITTORIO VENETO (TV) - CHIUDE BEGHETTI ABBIGLIAMENTO - 20160520 - LIF - VITTORIO VENETO (TV) - CHIUDE BEGHETTI ABBIGLIAMENTO - Riccardo Rizzo/PhotoJournalist/B&S Press/Bolzoni - - - fototvbolzoni

 

 

[Tratto da Pierangelo Spazzoli, dedicato agli imprenditori in difficoltà in tutti i settori dell’economia]

Cari imprenditori sono tempi duri per tutti vero? Avete grosse difficoltà che si ripercuotono sui vostri dipendenti, che poi siete costretti a sfruttare per riuscire a realizzare un piccolo utile, che poi sarà aggredito dallo Stato (con le tasse) e dalle banche. Questo succede perché ognuno di Voi agisce in COMPETIZIONE con tutti gli altri e, presi singolarmente, non avete nessun potere per uscire da questo buco nero. Voi cercate di produrre per poi piazzare i vostri prodotti, mentre i vostri dipendenti (che brutta parola) essendo sottopagati vanno a far spesa nei supermercati dove trovano tante offerte di prodotti NON VOSTRI. In questo modo, indirettamente, vi state tirando la zappa sui piedi tutti quanti, nessuno escluso. Potete scervellarvi quanto volete, intanto l’unico rimedio per arrivare ad un benessere sociale e collettivo che consenta a TUTTI di vivere più che dignitosamente sta in un’ECONOMIA COLLABORATIVA. ALLORA COME FARE? DOVE TROVARE LE RISORSE? E’ molto più semplice di ciò che si crede. DANDOCI IL PREMIO PER LA NOSTRA OPERA! Li abbiamo chiamati CREDITI UMANI e sono il valore che ogni uomo possiede intrinsecamente. E’ stato creato un “dispensore” di Crediti umani che elargirà ad ogni individuo il suo credito personale. Chiamateli come volete, premio produzione, abbuono, sconto… Come vi pare, ma il loro vero nome è CREDITO UMANO (human credit). Appena saranno ultimati i preparativi si potrà operare per il bene di tutti. Questi Crediti umani saranno creati dal nulla (si, proprio come fanno le banche quando creano ricchezza monetaria e poi ve la addebitano) e saranno la giusta ricompensa percepita individualmente per l’opera prestata in favore di tutta la collettività. Facciamo un esempio concreto: l’Arca del Credito Umano (il dispensore di crediti) REGALA a tutti gli imprenditori e dipendenti (che diverranno collaboratori) 2.500 crediti mensili. Essi potranno essere spesi per tutti i prodotti e servizi creati dalla vostra impresa, e presso tutte le altre attività che decideranno di far parte del circuito Crediti. Ecco, siete già tutti pre-pagati per accedere ad ogni tipo di bene e servizio. E’ stato creato uno strumento di scambio che consente a tutti di vivere dignitosamente, in pace e armonia con Tutti gli altri. Ora chiediamoci, dove andranno a spendere i loro Crediti coloro cui sono stati assegnati? Certo, all’interno del circuito Crediti e non al Supermercato nemico dell’economia locale e della piccola e media impresa. La grande impresa vuole entrare nel circuito? BENVENUTA! Ora sorge un problema: se tutti percepiamo, come detto in esempio, 2.500 Crediti mensili che tipo di scambio dovrebbe avvenire? Ad esempio se chi ha i crediti va a comprare il pane dal panettiere, che è nel circuito Crediti, non ha alcun senso che i Crediti passino da un soggetto all’altro (compratore/venditore) semplicemente perché anche il panettiere ha già percepito i suoi Crediti che potrà spendere altrove, quindi avverrà solo uno storno di crediti. In questo modo finisce il bene (comprato) e si esaurisce il corrispondente strumento di scambio (credito). Figo eh? Si percepiscono Crediti e si accettano dagli atri che li hanno percepiti. Non ci perde NESSUNO. Non si tratta più di lavorare per divenire ricchi, si tratta di essere già ricchi quanto basta per non avere MAI PIÙ ALCUN TIPO DI PROBLEMA. Acquisire questa consapevolezza è di primaria importanza in Nuova Economia. Tutti ricchi e intelligenti… La Nuova Economia non consentirà a NESSUNO di produrre beni e cibi tossici. Chiunque non si adeguerà entro un termine prefissato alla produzione sana e naturale d’ogni tipo di prodotto non potrà beneficiare del Crediti, così rimanendo a fare economia dove sarà sfruttato, dove mangerà schifezze e dove si curerà con veleni. Su questo non si transige. Questo sistema collaborativo non esclude nessuno dal parteciparvi. Tutti potranno entrare e percepire uguali, abbondanti Crediti. Il vero vantaggio per TUTTI sarà eseguire meno ore d’opera umana, mantenendo gli stessi Crediti. L’unica cosa che conta è produrre beni e servizi per quanto necessario, più saremo e meno tempo sarà impegnato. L’impegno sarà espresso in direzione del talento individuale. La natura ci ha reso un servizio enorme dotando ognuno di noi di proprie capacità specifiche. C’è chi è dotato della capacità di eseguire opere manuali e artigianali e chi attività organizzative e intellettuali. Ognuno esprimerà il meglio di sé al servizio di tutti gli altri. È ben risaputo che chi fa le cose con passione ed amore rende 10 volte tanto. Vi sarà una sola problematica iniziale: l’energia. Chi è ben informato su come realmente funziona e su com’è controllato il sistema economico, sa benissimo che i DOMINATORI del pianeta (le multinazionali) non accetterebbero MAI pagamenti in crediti. Ecco che sarà necessario, almeno inizialmente, far fronte a quei costi pagabili solo in Euro come ad esempio la benzina e le bollette di casa o del punto di impresa collettiva. Questa problematica si risolve con una partenza in percentuale. Ad esempio 70% Crediti e 30% Euro. Sarà necessario dare ad ognuno una quota in Euro sufficiente a fronteggiare questo momentaneo problema, non sarà di certo un dilemma avendo già risolto il 70% dei problemi. Al tempo stesso, si devolveranno Crediti per istituire gruppi di ricerca sulla Free Energy a persone veramente preparate e motivate. Non appena si avranno prototipi testati e funzionanti, saranno prodotti e consegnati ai punti di produzione ed alle case private. A quel punto vi sarà un 100% in Crediti e ZERO problemi. Ci sarebbe molto altro da dire, ma per ora ci si ferma qui. Per la massima sicurezza giuridica, sarà anche necessario che ogni partecipante alla nuova economia provveda singolarmente ad un cambio di Status che verte sul riconoscimento individuale.

L’intento di questi pochi pixel è quello di migliorare il benessere collettivo. Su questa materia in Italia esistono molti studiosi e ricercatori, anche in aspro conflitto tra loro, costoro provengono da un obsoleto gruppo di studio (Popolo Unico) fondato nel 2015 ove si distillava dagli Stati Uniti la primitiva ideologia OPPT. Semplificando al massimo, l’utilità della LR non è quella di disporne per singole occorrenze alla stregua della patente di guida o del passaporto ecc. bensì è quella di aiutarci a capire chi siamo giuridicamente dinanzi allo Stato e quali diritti inalienabili debbano esserci ripristinati. La ricognizione e l’apprendimento delle norme sui Diritti umani è pre-condizione necessaria alla migliore comprensione di questi temi.

 

● Tolgono le case agli italiani per darle ai rifugiati…

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SENZA PAROLE.

 

 

 

L’intento di questi pochi pixel è quello di migliorare il benessere collettivo. Su questa materia in Italia esistono molti studiosi e ricercatori, anche in aspro conflitto tra loro, costoro provengono da un obsoleto gruppo di studio (Popolo Unico) fondato nel 2015 ove si distillava dagli Stati Uniti la primitiva ideologia OPPT. Semplificando al massimo, l’utilità della LR non è quella di disporne per singole occorrenze alla stregua della patente di guida o del passaporto ecc. bensì è quella di aiutarci a capire chi siamo giuridicamente dinanzi allo Stato e quali diritti inalienabili debbano esserci ripristinati. La ricognizione e l’apprendimento delle norme sui Diritti umani è pre-condizione necessaria alla migliore comprensione di questi temi.

● Quella sottile forma di assoggettamento fatta ad arte…

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Con la LR (Legale rappresentanza):

  1. Dichiari uno scopo,
  2. Rivendichi la tua Personalità Giuridica,
  3. Ottieni il riconoscimento della tua capacità di azione giuridica (Art.6 DUDU).

Sicché prendi [o riprendi] possesso dell’amministrazione del tuo nome e cognome, o meglio delle tue fictio iuris (finzioni giuridiche): in realtà si tratta del tuo SG (soggetto giuridico) e PF (persona fisica) costituenti una sottile forma, creata ad arte, di assoggettamento giuridico di ogni nuovo nato, ottenuto con frodi documentali e un acuto ma sostanziale raggiro dei genitori.

 

È consigliabile a tutti costituirsi Ente nella giurisdizione internazionale mediante l’istituto del Trust interno autodichiarato contenuto nella Legale rappresentanza, ove tu stesso sei Disponente, Trustee e Beneficiario, cosicché la LR sana il vizio originario dell’Atto di nascita che dava facoltà allo Stato e alle sue leggi interne di disporre come “affidatario” di un trovatello, delegando poi ad una coppia (o singola madre) la facoltà di allevare il cucciolo…

Dunque, riconoscersi nel Diritto positivo equivale a rimanere segregati nella frode originaria e ciò implica l’accettazione senza riserve del proprio aguzzino, così privandosi della facoltà di proteggere i propri diritti inalienabili…

 

Memo leggi di recepimento dei Trattati qui >>> Legge 881/1977 e qui >>> Legge 848/1955 peraltro, secondo quanto scaturisce dall’interpretazione (Antonio Cassese) dell’art. 10 Cost., in realtà non ci sarebbe bisogno di una legge ad hoc per l’attuazione dei trattati, ma la prassi non ha dato seguito a questa interpretazione.

Peraltro, secondo quanto scaturisce dall’interpretazione (Antonio Cassese) dell’art. 10 Cost., in realtà non ci sarebbe bisogno di una legge ad hoc per l’attuazione dei trattati, ma la prassi non ha dato seguito a questa interpretazione.

In esito al riconoscimento del trust operato con la ratifica da parte dell’Italia della Convenzione internazionale sottoscritta all’Aja il 01 luglio 1985 (Legge 16 ottobre 1989, n. 364) dal giorno 01 gennaio 1992 è possibile conferire effetto alle pattuizioni intese a dar vita a figure pratiche riconducibili al detto istituto. (Per approfondire qui).

 


 

“ORA SONO UNA PERSONA UMANA”

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(Tratto da “imperiapost”)

Maria Laura Di Persio, 50 anni, è la prima imperiese a sottoscrivere l’atto di certificazione di legale rappresentanza. Lo ha fatto presso il suo Comune di residenza, Dolcedo. Un atto di protesta contro lo Stato Italiano, per riappropriarsi dei propri diritti, della propria libertà.

Maria Laura fa parte di Popolo Unico, “un grande contenitore di condivisione“, così come viene definito dai suoi ideatori. ImperiaPost l’ha incontrata.

CHE COSA E’ LA CERTIFICAZIONE DI LEGALE RAPPRESENTANZA?

“È l’unico modo per far applicare la legge italiana più importante che nessuno conosce. Potrebbe sembrare uno scherzo, ma è tutto vero.

In Italia esiste una Legge la cui importanza e il cui valore giuridico è superiore a tutte le altre, ma è praticamente sconosciuta e non è mai stata applicata in nessun tribunale nazionale. Si tratta della legge 881/1977.

Di cosa si tratta?

Credo tutti abbiano sentito parlare della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, eppure sicuramente in pochissimi se la sono letta e ne hanno percepito l’immenso valore che, purtroppo, contrasta in modo evidente rispetto alla stragrande maggioranza delle norme vigenti nel nostro paese, il cosiddetto Diritto Positivo.

Ebbene, la Legge 881/1977 è esattamente la ratifica della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e in Italia è Legge.

Si tratta di una legge di Diritto Naturale che, come sanno molti esperti in materia, è da considerarsi ben superiore a qualsiasi norma interna di qualsiasi Stato che l’ha sottoscritta e firmata. Se si osservano molte situazioni critiche in cui oggi versano oramai milioni di Cittadini Italiani ed europei, ci si accorge immediatamente che essi sono vittime di violazioni sistematiche dei Diritti Inalienabili dell’Uomo, o meglio dell’essere umano/persona umana. Basta leggersi quali sono questi diritti sanciti ed inderogabili per scorgere quanto essi siano stati messi da parte per favorire interessi che sono contrari a tali principi. Tutto ciò è potuto accadere nonostante gli Stati firmatari si erano impegnati a promuoverli e perseguirli come scopo primario della Nazione.

Se diamo una lettura all’Articolo 7, agli Articoli 11, 12,13 ( solo per citarne alcuni ) della Legge 881/1977, non possiamo non notare quanti siano in condizione di non godere affatto di questi sacrosanti diritti.

Lasciando da parte tutti i meccanismi perversi che hanno permesso di andare in una direzione opposta a quella in cui ci si era impegnati ad andare, la domanda che ora potrebbe sembrare scontata è: perché questa legge non è mai stata applicata in un tribunale italiano?

A tutto c’è una risposta. Essa, se pur ratificata nell’ordinamento giuridico italiano, è una legge di derivazione internazionale. Detto questo, chiunque abbia cittadinanza italiana è automaticamente assoggettato al Diritto positivo italiano e non a quello internazionale. E’ un escamotage molto sofisticato che, ovviamente, deve e può essere approfondito.

Ci siamo mai chiesti il perché le Prefetture ed i Comuni delle nostre città si attivano e ricorrono ad ogni mezzo pur di dare un alloggio ai profughi che sbarcano sul nostro territorio? E anche al perché ad un cittadino italiano che si trova in difficoltà l’alloggio gli viene sottratto? Differenza di sensibilità? Niente affatto!

Semplicemente differente normativa da applicare. I primi godono del Diritto Internazionale, i secondi no. E allora come fare per godere degli stessi diritti? C’è un modo per farsi applicare quei diritti che a parole nessuno ci poteva sottrarre ? Si, la certificazione di legale rappresentanza. Se i vostri lettori vogliono saperne qualcosa di più possono consultare il sito www.popolounico.org. 

 

PERCHE’ QUESTA SCELTA?

“È una rivoluzione, una lotta pacifica. Si sono persi di vista ormai da troppi anni i bisogni umani. La nostra è una sottile forma di schiavitù. Siamo prigionieri dello Stato. Mi chiedo perché non lo facciano tutti. Ora io non sono più ‘proprietà’ dello Stato“.

COSA CAMBIA CONCRETAMENTE?

“Non si viene più identificati con le finzioni giuridiche che lo Stato Italiano ti affibbia alla nascita. Cambia lo status giuridico. Non si è più persone fisiche, l’unico status che lo Stato riconosce, ma persone umane.

Io ora, finalmente, sono una persona umana.

Venendo alla sostanza, concretamente nella vita di tutti i giorni non cambia nulla, ma quando inizieremo ad essere in tanti, ora siamo circa 600 in tutta Italia, lo Stato sarà costretto a prendere atto di una vera e propria rivoluzione.

Ho già inviato una nota a tutte le forze dell’ordine della provincia di Imperia perché sappiano di cosa si tratta, perché sappiamo come è cambiato il mio status giuridico”. 

 

 

 

 

L’intento di questi pochi pixel è quello di migliorare il benessere collettivo. Su questa materia in Italia esistono molti studiosi e ricercatori, anche in aspro conflitto tra loro, costoro provengono da un obsoleto gruppo di studio (Popolo Unico) fondato nel 2015 ove si distillava dagli Stati Uniti la primitiva ideologia OPPT. Semplificando al massimo, l’utilità della LR non è quella di disporne per singole occorrenze alla stregua della patente di guida o del passaporto ecc. bensì è quella di aiutarci a capire chi siamo giuridicamente dinanzi allo Stato e quali diritti inalienabili debbano esserci ripristinati. La ricognizione e l’apprendimento delle norme sui Diritti umani è pre-condizione necessaria alla migliore comprensione di questi temi.

● La personalità internazionale dell’individuo

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1701061936-traspar2Nel sistema internazionale, il funzionamento della Corte Europea dei Diritti Umani, con sede a Strasburgo, costituisce in capo al singolo individuo un’importante eccezione con il Protocollo n. 11 alla Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti Umani e delle libertà fondamentali (CEDU), entrato in vigore nel novembre del 1998.

 

Il potere di iniziativa processuale attribuito ai singoli individui – esercitabile una volta che abbiano esperito senza successo tutti i rimedi giurisdizionali predisposti dall’ordinamento dello Stato in cui è avvenuto il fatto denunciato – è divenuta ad ogni effetto una situazione giuridica soggettiva vincolante per tutti gli Stati parte.

Mediante la riforma operata dal Protocollo n.11 è stata soppressa la clausola contenuta nel vecchio art. 25 della CEDU, che limitava l’accesso al ricorso individuale condizionandone l’esercizio alla previa accettazione, da parte dello Stato interessato, della relativa competenza della Corte.

Da allora, la possibilità, per i singoli individui, di presentare un ricorso si è estesa a tutti gli Stati contraenti. Il carattere incondizionatamente vincolante della nuova disposizione rileva ancor più quando si considera la competenza ratione personae della Corte: l’accesso al ricorso individuale, infatti, è aperto a tutte le persone (siano esse cittadini di uno Stato parte, cittadini di uno Stato non contraente, o apolidi) che siano state lese in qualche diritto contenuto nella Convenzione da uno Stato parte mentre erano sottoposte alla sua potestà di imperio.

Questa garanzia, che, sul piano internazionale, comporta un concreto esercizio dei diritti previsti dalla CEDU, e che anche prima della riforma introdotta dal Protocollo era considerata la chiave di volta del meccanismo di salvaguardia dei diritti enumerati nella Convenzione, ha mutato radicalmente la natura del ricorso individuale verso organi giurisdizionali internazionali, tanto da motivare la Corte ad affermare che il sistema risultante dalle modifiche apportate dal Protocollo è il primo, e finora l’unico, in cui «gli individui godono sul piano internazionale di un vero e proprio diritto d’azione a tutela dei diritti e delle libertà dei quali sono diretti destinatari in virtù della Convenzione».

Nonostante queste recenti novità segnalino un avanzamento in rapporto alla posizione degli individui quali centri di imputazione giuridica nell’ambito dell’ordinamento internazionale, quantunque la loro capacità giuridica rimanga ancora assai limitata – essendo il caso europeo un esempio per il momento isolato ed eccezionale – rimangono ancora oggi attualissime le considerazioni conclusive cui giungeva Antonio Cassese nel 1971, con le quali denunciava l’atteggiamento colpevolmente contraddittorio della comunità internazionale in rapporto agli individui:

da una parte [essa] cerca di tutelarne nella maniera più ampia possibile gli interessi e le esigenze, dando vita a trattati posti esclusivamente o prevalentemente a beneficio della persona umana;

dall’altra, circoscrive al massimo l’accesso dell’individuo ad istanze internazionali idonee a garantire l’osservanza di quei trattati, e finisce quindi per rendere i trattati stessi scarsamente incisivi o addirittura, dato il particolare modo di disporre delle loro norme, privi di una rilevante portata pratica, tuttavia, in fine, la Corte Internazionale di Giustizia è a favore della soggettività degli individui (=presunzione di riconoscimento della personalità internazionale dell’individuo).

Di seguito le prime due storiche pronunce:
sentenza del 27.06.2001 (caso La Grand, Germania c. Usa)
sentenza del 31.03.2004 (caso Avena ed altri cittadini messicani, Messico c. Usa)

I soggetti del diritto internazionale ovvero i destinatari delle norme internazionali sono:
  • Stato-comunità: individui stanziati su un territorio e sottoposti a delle regole;
  • Stato-organizzazione: insieme degli organi che esercitano il potere di governo sui consociati.
    Per Benedetto Conforti, parlando di stato inteso come soggetto di diritto internazionale, bisogna riferirsi allo stato-organizzazione,

perché:

sono gli organi statali che partecipano alla formazione delle norme internazionale;

sono loro i destinatari delle norme internazionale e sono sempre loro che rispondono per eventuali violazioni delle norme internazionale.

  • Lo Stato-organizzazione deve presentare dei requisiti per poter essere considerato tale:

1) effettività (sovranità interna) : quindi, tale organizzazione deve concretamente esercitare il suo potere d’imperio su una comunità territoriale. Perciò, la qualifica di soggetto internazionale si nega ai governi in esilio e alle organizzazioni di liberazione nazionale.
2) indipendenza (o sovranità esterna) : l’organizzazione deve possedere un proprio ordinamento, ovvero una costituzione su cui fondare la propria forza giuridica.

  • In tal senso, NON sono soggetti del diritto internazionale:
    a) gli stati membri di Stati federali: perché, essendo situati nell’ambito di uno stato unico, non godono del requisito dell’indipendenza;
    b) governi fantoccio: caratterizzati dal totale controllo da parte di un altro stato. (repubblica turco-cipriota).
  • Non sono requisiti essenziali per l’esistenza della personalità internazionale dello stato:
    a) Riconoscimento: non è necessario che una comunità internazionale sia riconosciuta dagli altri stati;
    b) Il fatto che il nuovo stato non costituisce una minaccia alla pace, alla sicurezza internazionale e non viola i diritto umani, infatti: nella comunità internazionale vi sono molti stati che violano i diritto umani e rappresentano una minaccia alla pace, senza per questo perdere la loro soggettività internazionale.

Per parte della dottrina, visto che il Diritto internazionale ha elaborato convenzioni che obbligano gli stati a tutelare i diritti fondamentali dell’uomo allora si può concludere che gli individui sono veri e propri soggetti del diritto internazionale. Dopotutto, l’individuo è soggetto originario di sovranità e viene prima dello stato e del sistema degli stati. Ma una parte della dottrina nega la soggettività internazionale a individui e minoranze perché la comunità internazionale è considerata come una comunità di soggetti governativi e non di governati.

si considerano soggetti di diritto internazionale perché dotati di organi per il perseguimento di interessi comuni.
Sono ritenute dalla Corte internazionale di Giustizia soggetti di diritto internazionale, e in quanto tali, vincolati da tutti gli obblighi che derivano dal diritto internazionale e dai loro atti costitutivi.

può essere considerata soggetto di diritto internazionale perché ente del tutto indipendente e attivo nell’ambito della comunità internazionale. Può concludere accordi (concordati) , ha sede fisica.

la loro soggettività di diritto internazionale si manifesta attraverso il principio di autodeterminazione dei popoli, che consiste nel diritto dei popoli sottoposti ad un governo straniero di acquistare la propria indipendenza e di scegliersi liberamente il proprio regime politico.

Chiudo il post riportando queste ultime categoria di esseri umani,

popoli indigeni,

nazioni occupate,

minoranze prive di territorio e

Stati o territori indipendenti

a cui manca una rappresentazione diplomatica internazionale.

Forse, per comprendere meglio, portrebbe essere utile leggere, ancora una volta, il commento del prof. Antonio Papisca (Cattedra UNESCO “Diritti umani, democrazia e pace” presso il Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell’Università di Padova) sull’Articolo 6 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

 

Articolo 6 – Nessuno è sconosciuto

Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

Avere personalità giuridica significa “esistere” per un ordinamento giuridico, naturalmente con diritti, doveri e responsabilità.

Il riconoscimento del fatto che la persona umana, in quanto tale, è soggetto, non oggetto di diritto, è atto dovuto. Quale titolare di diritti che ineriscono alla dignità umana, la persona nasce come soggetto giuridico. Gli ordinamenti giuridici non esisterebbero senza la persona umana, poiché questa ne è il fondamento.

L’immigrato irregolare o il Rom o i cosiddetti homeless (senza dimora) o sans-papiers non sono “sconosciuti” al diritto, tanto meno “inesistenti” per esso.

La “soggettività giuridica” è distinta dalla “cittadinanza”, come d’altronde stabilisce la Dichiarazione universale che dedica specificamente alla seconda l’articolo 15. Essa è uno status primordiale della persona, le cui modalità o articolazioni operative – per l’esercizio di diritti e di doveri – sono specificate appunto nello statuto di cittadinanza: questo avviene, storicamente, all’interno dei singoli ordinamenti statuali.

La personalità giuridica dell’essere umano va distinta dalla personalità giuridica di strutture organizzate che sono create per il conseguimento di determinati fini: gli stati, i comuni, le organizzazioni intergovernative, le camere di commercio, le università, le associazioni. Per queste entità “derivate” si parla di “persone giuridiche” per distinguerle appunto dalle persone umane la cui soggettività giuridica, ripeto, ha carattere “originario”. E’ appena il caso di segnalare che la personalità giuridica degli enti derivati può essere di diritto pubblico o di diritto privato.

Nel caso degli enti e delle associazioni all’interno degli stati la personalità giuridica è “attribuita” o “concessa”, diversamente che per le persone umane la cui soggettività giuridica, preesistendo al diritto positivo, è, deve essere semplicemente ‘riconosciuta’. Nei tempi, non propriamente preistorici, in cui studiavo il Diritto internazionale, nei relativi manuali trovavo un capitolo o, addirittura, un paragrafo intitolato: “L’individuo, oggetto del Diritto internazionale”. L’assunto era che soltanto gli Stati ne erano i soggetti, unici ed esclusivi: le persone umane erano ‘cosa loro’, come dire un affare interno alla rispettiva giurisdizione domestica. La dogmatica giuridica che argomentava sulla persona umana ‘oggetto’ è stata ampiamente usata ed abusata dalle ideologie che esaltavano, o addirittura deificavano, lo Stato come soggetto giuridico iperumano.

Con l’avvento del Diritto internazionale dei diritti umani, la persona umana viene liberata nella sua soggettività giuridica originaria e trionfa dunque sulla perniciossima idolatria statualistica. Quella della persona umana è personalità giuiridica di diritto universale, un diritto super-costituzionale per sua intrinseca natura.

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Da ultimo…

Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali

Firmata a Roma il 4 novembre 1950
Testo coordinato con gli emendamenti di cui al Protocollo n. 11 firmato a Strasburgo l’11 maggio 1994, entrato in vigore il 01 novembre 1998

Argomenti correlati (si aprirà una nuova pagina):

 Protocollo addizionale firmato a Parigi il 20 marzo 1952
 IV Protocollo addizionale firmato a Strasburgo il 16 settembre 1963
 VI Protocollo addizionale firmato a Strasburgo il 28 aprile 1983
 VII Protocollo addizionale firmato a Strasburgo il 22 novembre 1984

 Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (ricerca).
 Carta dei diritti fondamentali (testo degli articoli, analisi introduttiva).
 Nota di sintesi della Carta dei diritti, a cura del Servizio Studi del senato della Repubblica.
 Comparazione ed analisi delle Fonti della Carta


I Governi firmatari, Membri del Consiglio d’Europa;

Considerata la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proclamata dall’Assemblea delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948;

Considerato che questa Dichiarazione tende a garantire il riconoscimento e l’applicazione universali ed effettivi dei diritti che vi sono enunciati;

Considerato che il fine del Consiglio d’Europa è quello di realizzare un’unione più stretta tra i suoi Membri, e che uno dei mezzi per conseguire tale fine è la salvaguardia e lo sviluppo dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali;

Riaffermato il loro profondo attaccamento a queste Libertà fondamentali che costituiscono le basi stesse della giustizia e della pace nel mondo e il cui mantenimento si fonda essenzialmente, da una parte, su un regime politico veramente democratico e, dall’altra, su una concezione comune e un comune rispetto dei Diritti dell’Uomo a cui essi si appellano;

Risoluti, in quanto governi di Stati europei animati da uno stesso spirito e forti di un patrimonio comune di tradizioni e di ideali politici, di rispetto della libertà e di preminenza del diritto, a prendere le prime misure atte ad assicurare la garanzia collettiva di certi diritti enunciati nella Dichiarazione Universale.

hanno convenuto quanto segue:

Articolo 1 Obbligo di rispettare i diritti dell’uomo.

Le Alte Parti Contraenti riconoscono ad ogni persona soggetta alla loro giurisdizione i diritti e le libertà definiti al Titolo primo della presente Convenzione.

TITOLO I

Diritti e libertà

Articolo 2 – Diritto alla vita

1. Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge. Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita, salvo che in esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da un tribunale, nel caso in cui il delitto è punito dalla legge con tale pena.

2. La morte non si considera inflitta in violazione di questo articolo quando risulta da un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario:

a. per assicurare la difesa di ogni persona dalla violenza illegale;

b. per eseguire un arresto regolare o per impedire l’evasione di una persona regolarmente detenuta;

c. per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o una insurrezione.

Articolo 3 – Divieto della tortura.

Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti.

Articolo 4 – Divieto di schiavitù e del lavoro forzato.

1. Nessuno può essere tenuto in condizioni di schiavitù o di servitù.

2. Nessuno può essere costretto a compiere un lavoro forzato o obbligatorio.

3. Non è considerato lavoro forzato o obbligatorio” ai sensi di questo articolo:

a. ogni lavoro normalmente richiesto ad una persona detenuta alle condizioni previste dall’articolo 5 della presente Convenzione o durante il periodo di libertà condizionata;

b. ogni servizio di carattere militare o, nel caso di obiettori di coscienza nei paesi dove l’obiezione di coscienza è riconosciuta legittima, ogni altro servizio sostitutivo di quello militare obbligatorio;

c. ogni servizio richiesto in caso di crisi o di calamità che minacciano la vita o il benessere della comunità;

d. ogni lavoro o servizio che fa parte dei normali doveri civici.

Articolo 5 – Diritto alla libertà ed alla sicurezza.

1. Ogni persona ha diritto alla libertà e alla sicurezza. Nessuno può essere privato della libertà, salvo che nei casi seguenti e nei modi prescritti dalla legge:

a. se è detenuto regolarmente in seguito a condanna da parte di un tribunale competente;

b. se è in regolare stato di arresto o di detenzione per violazione di un provvedimento emesso, conformemente alla legge, da un tribunale o per garantire l’esecuzione di un obbligo prescritto dalla legge;

c. se è stato arrestato o detenuto per essere tradotto dinanzi all’autorità giudiziaria competente, quando vi sono ragioni plausibili per sospettare che egli abbia commesso un reato o vi sono motivi fondati per ritenere che sia necessario impedirgli di commettere un reato o di fuggire dopo averlo commesso;

d. se si tratta della detenzione regolare di un minore decisa per sorvegliare la sua educazione o della sua detenzione regolare al fine di tradurlo dinanzi all’autorità competente;

e. se si tratta della detenzione regolare di una persona suscettibile di propagare una malattia contagiosa, di un alienato, di un alcolizzato, di un tossicomane o di un vagabondo;

f. se si tratta dell’arresto o della detenzione regolari di una persona per impedirle di entrare irregolarmente nel territorio, o di una persona contro la quale è in corso un procedimento d’espulsione o d’estradizione.

2. Ogni persona arrestata deve essere informata, al più presto e in una lingua a lei comprensibile, dei motivi dell’arresto e di ogni accusa elevata a suo carico.

3. Ogni persona arrestata o detenuta, conformemente alle condizioni previste dal paragrafo 1 (c) del presente articolo, deve essere tradotta al più presto dinanzi ad un giudice o ad un altro magistrato autorizzato dalla legge ad esercitare funzioni giudiziarie e ha diritto di essere giudicata entro un termine ragionevole o di essere messa in libertà durante la procedura. La scarcerazione può essere subordinata ad una garanzia che assicuri la comparizione della persona all’udienza.

4. Ogni persona privata della libertà mediante arresto o detenzione ha il diritto di presentare un ricorso ad un tribunale, affinché decida entro breve termine sulla legittimità della sua detenzione e ne ordini la scarcerazione se la detenzione è illegittima.

5. Ogni persona vittima di arresto o di detenzione in violazione ad une delle disposizioni di questo articolo ha diritto ad una riparazione.

Articolo 6 – Diritto ad un processo equo.

1. Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge, il quale deciderà sia delle controversie sui suoi diritti e doveri di carattere civile, sia della fondatezza di ogni accusa penale che le venga rivolta. La sentenza deve essere resa pubblicamente, ma l’accesso alla sala d’udienza può essere vietato alla stampa e al pubblico durante tutto o parte del processo nell’interesse della morale, dell’ordine pubblico o della sicurezza nazionale in una società democratica, quando lo esigono gli interessi dei minori o la protezione della vita privata delle parti in causa, o nella misura giudicata strettamente necessaria dal tribunale, quando in circostanze speciali la pubblicità puó pregiudicare gli interessi della giustizia.

2. Ogni persona accusata di un reato è presunta innocente fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente accertata.

3. In particolare, ogni accusato ha diritto a :

a. essere informato, nel più breve tempo possibile, in una lingua a lui comprensibile e in un modo dettagliato, della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico;

b. disporre del tempo e delle facilitazioni necessarie a preparare la sua difesa;

c. difendersi personalmente o avere l’assistenza di un difensore di sua scelta e, se non ha i mezzi per retribuire un difensore, poter essere assistito gratuitamente da un avvocato d’ufficio, quando lo esigono gli interessi della giustizia;

d. esaminare o far esaminare i testimoni a carico ed ottenere la convocazione e l’esame dei testimoni a discarico nelle stesse condizioni dei testimoni a carico;

e. farsi assistere gratuitamente da un interprete se non comprende o non parla la lingua usata all’udienza.

Articolo 7 – Nessuna pena senza legge.

1. Nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale. Parimenti, non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al momento in cui il reato è stato commesso.

2. Il presente articolo non ostacolerà il giudizio e la condanna di una persona colpevole di una azione o di una omissione che, al momento in cui è stata commessa, era un crimine secondo i principi generale di diritto riconosciuti dalle nazioni civili.

Articolo 8 – Diritto al rispetto della vita privata e familiare.

1. Ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza.

2. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria per la sicurezza nazionale, per la pubblica sicurezza, per il benessere economico del paese, per la difesa dell’ordine e per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale, o per la protezione dei diritti e delle libertà altrui.

Articolo 9 – Libertà di pensiero, di coscienza e di religione.

1. Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, così come la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti.

2. La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e costituiscono misure necessarie, in una società democratica, per la pubblica sicurezza, la protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica, o per la protezione dei diritti e della libertà altrui.

Articolo 10 – Libertà di espressione.

1. Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza considerazione di frontiera. Il presente articolo non impedisce agli Stati di sottoporre a un regime di autorizzazione le imprese di radiodiffusione, di cinema o di televisione.

2. L’esercizio di queste libertà, poiché comporta doveri e responsabilità, può essere sottoposto alle formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni che sono previste dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, per la sicurezza nazionale, per l’integrità territoriale o per la pubblica sicurezza, per la difesa dell’ordine e per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale, per la protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario.

Articolo 11 – Libertà di riunione e di associazione.

1. Ogni persona ha diritto alla libertà di riunione pacifica e alla libertà d’associazione, ivi compreso il diritto di partecipare alla costituzione di sindacati e di aderire ad essi per la difesa dei propri interessi.

2. L’esercizio di questi diritti non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e costituiscono misure necessarie, in una società democratica, per la sicurezza nazionale, per la pubblica sicurezza, per la difesa dell’ordine e la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale e per la protezione dei diritti e delle libertà altrui. Il presente articolo non vieta che restrizioni legittime siano imposte all’esercizio di questi diritti da parte dei membri delle forze armate, della polizia o dell’amministrazione dello Stato.

Articolo 12 – Diritto al matrimonio. Uomini e donne, in età matrimoniale, hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia secondo le leggi nazionali che regolano l’esercizio di tale diritto.

Articolo 13 – Diritto ad un ricorso effettivo.

Ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto ad un ricorso effettivo davanti ad un’istanza nazionale, anche quando la violazione sia stata commessa da persone che agiscono nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali.

Articolo 14 – Divieto di discriminazione.

Il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o di altro genere, l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita o ogni altra condizione.

Articolo 15 – Deroga in caso di stato di urgenza.

1. In caso di guerra o in caso di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione, ogni Alta Parte Contraente può prendere misure in deroga agli obblighi previsti dalla presente Convenzione, nella stretta misura in cui la situazione lo richieda e a condizione che tali misure non siano in contraddizione con gli altri obblighi derivanti dal diritto internazionale.

2. La disposizione precedente non autorizza alcuna deroga all’articolo 2, salvo per il caso di decesso causato da legittimi atti di guerra, e agli articoli 3, 4 (paragrafo 1) e 7.

3. Ogni Alta Parte Contraente che eserciti tale diritto di deroga tiene informato nel modo più completo il Segretario Generale del Consiglio d’Europa sulle misure prese e sui motivi che le hanno determinate. Deve ugualmente informare il Segretario Generale del Consiglio d’Europa della data in cui queste misure cessano d’essere in vigore e in cui le disposizioni della Convenzione riacquistano piena applicazione.

Articolo 16 – Restrizioni all’attività politica degli stranieri.

Nessuna delle disposizioni degli articoli 10, 11 e 14 può essere considerata come un divieto per le Alte Parti Contraenti di porre restrizioni all’attività politica degli stranieri.

Articolo 17 – Divieto dell’abuso del diritto.

Nessuna disposizione della presente Convenzione può essere interpretata come implicante il diritto per uno Stato, un gruppo o un individuo di esercitare un’attività o compiere un atto che miri alla distruzione dei diritti o delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione o porre a questi diritti e a queste libertà limitazioni più ampie di quelle previste in detta Convenzione.

Articolo 18 – Restrizione dell’uso di restrizioni ai diritti.

Le restrizioni che, in base alla presente Convenzione, sono poste a detti diritti e libertà possono essere applicate solo allo scopo per cui sono state previste.

 

TITOLO II

Corte europea dei Diritti dell’Uomo

Articolo 19 – Istituzione della Corte

Per assicurare il rispetto degli impegni derivanti alle Alte Parti Contraenti dalla presente Convenzione e dai suoi protocolli, è istituita una Corte europea dei Diritti dell’Uomo, di seguito denominata “la Corte”. Essa funziona in maniera permanente,

Articolo 20 – Numero di giudici

La Corte si compone di un numero di giudici pari a quello delle Alte Parti Contraenti.

Articolo 21 – Condizioni per l’esercizio delle funzioni

1. I giudici devono godere della più alta considerazione morale e possedere i requisiti richiesti per l’esercizio delle più alte funzioni giudiziarie, o essere dei giurisconsulti di riconosciuta competenza.

2. I giudici siedono alla Corte a titolo individuale.

3. Per tutta la durata del loro mandato, i giudici non possono esercitare alcuna attività incompatibile con le esigenze di indipendenza, di imparzialità o di disponibilità richieste da una attività esercitata a tempo pieno; ogni problema che sorga nell’applicazione di questo paragrafo è deciso dalla Corte.

Articolo 22 – Elezione dei giudici

1. I giudici sono eletti dall’Assemblea parlamentare a titolo di ciascuna Alta Parte Contraente, a maggioranza dei voti espressi, su una lista di tre candidati presentata dall’Alta Parte Contraente.

2. La stessa procedura è seguita per completare la Corte nel caso in cui altre Alti Parti Contraenti aderiscano e per provvedere ai seggi divenuti vacanti.

Articolo 23 – Durata del mandato

1.I giudici sono eletti per un periodo di sei anni. Essi sono rieleggibili. Tuttavia, per quanto concerne i giudici designati alla prima elezione, i mandati di una metà di essi scadranno al termine di tre anni.

2. I giudici il cui mandato scade al termine dei periodo iniziale di tre anni sono estratti a sorte dal Segretario Generale del Consiglio d’Europa, immediatamente dopo la loro elezione.

3. Al fine di assicurare, nella misura del possibile, il rinnovo dei mandati di una metà dei giudici ogni tre anni, l’Assemblea parlamentare puó, prima di procedere ad ogni ulteriore elezione, decidere che uno o più mandati dei giudici da eleggere abbiano una durata diversa da quella di sei anni, senza tuttavia che questa durata possa eccedere nove anni o essere inferiore a tre anni.

4.Nel caso in cui si debbano conferire più mandati e l’Assemblea parlamentare applichi il paragrafo precedente, la ripartizione dei mandati avviene mediante estrazione a sorte effettuata dal Segretario generale del Consiglio d’Europa immediatamente dopo l’elezione.

5.Il giudice eletto in sostituzione di un giudice che non abbia completato il periodo delle sue funzioni, rimane in carica fino alla scadenza del periodo di mandato del suo predecessore.

6.Il mandato dei giudici termina quando essi raggiungono l’età di 70 anni.

7.I giudici restano in funzione fino a che i loro posti non siano ricoperti. Tuttavia essi continuano a trattare le cause di cui sono già stati investiti.

Articolo 24 – Revoca

Un giudice può essere sollevato dalle sue funzioni solo se gli altri giudici decidono, a maggioranza dei due terzi, che ha cessato di rispondere ai requisiti richiesti.

Articolo 25 – Ufficio di cancelleria e referendari

La Corte dispone di un ufficio di cancelleria i cui compiti e la cui organizzazione sono stabiliti dal regolamento della Corte, Essa è assistita da referendari.

Articolo 26 – Assemblea plenaria della Corte

La Corte riunita in Assemblea plenaria

a. elegge per un periodo di tre anni il suo presidente ed uno o due vice-presidenti; essi sono rieleggibili; b. costituisce Camere per un periodo determinato;

c. elegge i presidenti delle Camere della Corte che sono rieleggibili;

d. adotta il regolamento della Corte; e

e. elegge il cancelliere ed uno o più vice-cancellieri.

Articolo 27 – Comitati, Camere e Grande Camera

1.Per la trattazione di ogni caso che le viene sottoposto, la Corte si costituisce in un comitato di tre giudici, in una Camera composta da sette giudici ed in una Grande Camera di diciassette giudici. Le Camere della Corte istituiscono i comitati per un periodo determinato.

2.Il giudice eletto a titolo di uno Stato parte alla controversia è membro di diritto della Camera e della Grande Camera; in caso di assenza di questo giudice, o se egli non è in grado di svolgere la sua funzione, lo Stato parte nomina una persona che siede in qualità di giudice.

3.Fanno altresì parte della Grande Camera il presidente dalla Corte, i vice-presidenti, i presidenti delle Camere e altri giudici designati in conformitá con il regolamento della Corte, Se la controversia è deferita alla Grande Camera ai sensi dell’articolo 43, nessun giudice della Camera che ha pronunciato la sentenza può essere presente nella grande Camera, ad eccezione del presidente della Camera e del giudice che siede a titolo dello Stato parte interessato.

Articolo 28 – Dichiarazioni di irricevibilità da parte dei comitati

Un comitato può, con voto unanime, dichiarare irricevibile o cancellare dal ruolo un ricorso individuale presentato ai sensi dell’articolo 34 quando tale decisione può essere adottata senza un esame complementare. La decisione è definitiva.

Articolo 29Decisioni delle Camere sulla ricevibilità ed il merito.

1.Se nessuna decisione è stata adottata ai sensi dell’articolo 28, una delle Camere si pronuncia sulla irricevibilità e sul merito dei ricorsi individuali presentati ai sensi dell’articolo 34.

2.Una delle Camere si pronuncia sulla ricevibilità e sul merito dei ricorsi governativi presentati in virtù dell’articolo 33.

3.Salvo diversa decisione della Corte in casi eccezionali, la decisione sulla ricevibilità é adottata separatamente.

Articolo 30 – Dichiarazione d’incompetenza a favore della Grande Camera.

Se la questione oggetto del ricorso all’esame di una Camera solleva gravi problemi di interpretazione della Convenzione o dei suoi protocolli, o se la sua soluzione rischia di condurre ad una contraddizione con una sentenza pronunciata anteriormente dalla Corte, la Camera, fino a quando non abbia pronunciato la sua sentenza, puó spogliarsi della propria competenza a favore della Grande Camera a meno che una delle parti non vi si opponga.

Articolo 31 – Competenze della Grande Camera

La Grande Camera

a. si pronuncia sui ricorsi presentati ai sensi dell’articolo 33 o dell’articolo 34 quando il caso le sia stato deferito dalla Camera ai sensi dell’articolo 30 o quando il caso le sia stato deferito ai sensi dell’articolo 43; e

b. esamina le richieste di pareri consultivi presentate ai sensi dell’articolo 47.

Articolo 32 – Competenza della Corte

1.La competenza della Corte si estende a tutte le questioni concernenti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione e dei suoi protocolli che siano sottoposte ad essa nelle condizioni previste dagli articoli 33, 34 e 47.

2.In caso di contestazione sulla questione della propria competenza, é la Corte che decide.

Articolo 33 – Ricorsi interstatali.

Ogni Alta Parte Contraente può deferire alla Corte ogni inosservanza delle disposizioni della Convenzione e dei suoi protocolli che essa ritenga possa essere imputata ad un’altra Alta Parte Contraente.

Articolo 34 – Ricorsi individuali.

La Corte può essere investita di un ricorso fatto pervenire da ogni persona fisica, ogni organizzazione non governativa o gruppo di privati che pretenda d’essere vittima di una violazione da parte di una delle Alte Parti contraenti dei diritti riconosciuti nella Convenzione o nei suoi protocolli. Le Alte Parti Contraenti si impegnano a non ostacolare con alcuna misura l’effettivo esercizio efficace di tale diritto.

Articolo 35 – Condizioni di ricevibilità.

1.La Corte non può essere adita se non dopo l’esaurimento delle vie di ricorso interne, qual’è inteso secondo i principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti ed entro un periodo di sei mesi a partire dalla data della decisione interna definitiva.

2.La Corte non accoglie nessun ricorso avanzato sulla base dell’articolo 34, se:

a. è anonimo; oppure

b. è essenzialmente identico ad uno precedentemente esaminato dalla Corte o già sottoposto ad un’altra istanza internazionale d’inchiesta o di regolamentazione e non contiene fatti nuovi.

3.La Corte dichiara irricevibile ogni ricorso avanzato in base all’articolo 34 quand’essa giudichi tale ricorso incompatibile con le disposizioni della Convenzione o dei suoi protocolli, manifestamente infondato o abusivo.

4.La Corte respinge ogni ricorso che consideri irricevibile in applicazione dei presente articolo. Essa può procedere in tal modo in ogni fase della procedura.

Articolo 36 – Intervento di terzi

1. Per qualsiasi questione all’esame di una Camera e o della Grande Camera, un’Alta Parte Contraente il cui cittadino sia ricorrente ha diritto di presentare osservazioni per iscritto e di partecipare alle udienze.

2.Nell’interesse di una corretta amministrazione della giustizia, il presidente della Corte può invitare ogni Alta Parte Contraente che non è parte in causa o ogni persona interessata diversa dal ricorrente a presentare osservazioni per !scritto o a partecipare alle udienze.

Articolo 37 – Cancellazione

1. In ogni momento della procedura, la Corte può decidere di cancellare un ricorso dal ruolo quando le circostanze consentono di concludere:

a. che il ricorrente non intende più mantenerlo; oppure

b. che la controversia è stata risolta; oppure

c. che non è più giustificato, per ogni altro motivo di cui la Corte accerta l’esistenza, proseguire l’esame del ricorso.

Tuttavia la Corte prosegue l’esame del ricorso qualora ciò sia richiesto dal rispetto dei diritti dell’uomo garantiti dalla Convenzione e dai suoi protocolli.

2. La Corte può decidere una nuova iscrizione al ruolo di un ricorso quando ritenga che ciò é giustificato dalle circostanze.

Articolo 38 – Esame in contraddittorio dei caso e procedura di regolamento amichevole

1.Quando dichiara che il ricorso è ricevibile, la Corte

a. procede all’esame della questione in contraddittorio con i rappresentanti delle Parti e, se del caso, ad un’inchiesta per la quale tutti gli Stati interessati forniranno tutte le facilitazioni necessarie ai fini della sua efficace conduzione;

b. si mette a disposizione degli interessati per pervenire ad un regolamento amichevole della controversia sulla base del rispetto dei diritti dell’uomo come riconosciuti dalla Convenzione e dai suoi protocolli.

2. La procedura descritta al paragrafo 1. b è riservata.

Articolo 39 – Conclusione di un regolamento amichevole

In caso di regolamento amichevole, la Corte cancella il ricorso dal ruolo mediante una decisione che si limita ad una breve esposizione dei fatti e della soluzione adottata.

Articolo 40 – Udienza pubblica e accesso ai documenti

1. L’udienza è pubblica a meno che la Corte non decida diversamente a causa di circostanze eccezionali.

2.I documenti depositati presso l’ufficio di cancelleria sono accessibili al pubblico a meno che il presidente della Corte non decida diversamente.

Articolo 41 – Equa soddisfazioneSe la Corte dichiara che vi e stata violazione della Convenzione o dei suoi protocolli e se il diritto interno dell’Alta Parte contraente non permette che in modo incompleto di riparare le conseguenze di tale violazione, la Corte accorda, quando è il caso, un’equa soddisfazione alla parte lesa.

Articolo 42 – Sentenze delle Camere

Le sentenze delle Camere divengono definitive in conformità con le disposizioni dell’articolo 44, paragrafo 2.

Articolo 43 – Rinvio dinnanzi alla Grande Camera

1.Entro un termine di tre mesi a decorrere dalla data della sentenza di una Camera, ogni parte alla controversia può, in casi eccezionali, chiedere che il caso sia rinviato dinnanzi alla Grande Camera.

2.Un collegio di cinque giudici della Grande Camera accoglie la domanda quando la questione oggetto del ricorso solleva gravi problemi di interpretazione o di applicazione della Convenzione o dei suoi protocolli, e anche una grave questione di carattere generale.

3.Se il Collegio accoglie la domanda, la Grande Camera si pronuncia sul caso con una sentenza.

Articolo 44 – Sentenze definitive

1. La sentenza della Grande Camera è definitiva.

2. La sentenza di una Camera diviene definitiva

a. quando le parti dichiarano che non richiederanno il rinvio del caso dinnanzi alla Grande Camera; oppure

b. tre mesi dopo la data della sentenza, se non è stato richiesto il rinvio del caso dinnanzi alla Grande Camera; oppure

c. se il Collegio della Grande Camera respinge una richiesta di rinvio formulata secondo l’articolo 43.

3. La sentenza definitiva è pubblicata.

Articolo 45 – Motivazione delle sentenze e delle decisioni

1.Le sentenze e le decisioni che dichiarano i ricorsi ricevibili o irricevibili devono essere motivate.

2. Se la sentenza non esprime in tutto o in parte l’opinione unanime dei giudici, ogni giudice avrà diritto di unirvi l’esposizione della sua opinione individuale.

Articolo 46 – Forza vincolante ed esecuzione delle sentenze

1. Le alte Parti Contraenti s’impegnano a conformarsi alle sentenze definitive della Corte nelle controversie nelle quali sono parti.

2. La sentenza definitiva della Corte è trasmessa al Comitato dei Ministri che ne sorveglia l’esecuzione.

Articolo 47 – Pareri consultivi

1. La Corte può, su richiesta del Comitato dei Ministri, fornire pareri consultivi su questioni giuridiche relative all’interpretazione della Convenzione e dei suoi protocolli.

2.Tali pareri non devono riguardare questioni inerenti al contenuto o alla portata dei diritti e libertà definiti nel Titolo I della Convenzione e nei protocolli, né su altre questioni che la Corte o il Comitato dei Ministri si troverebbero a dover giudicare in seguito alla presentazione di un ricorso previsto dalla Convenzione.

3.La decisione del Comitato dei Ministri di chiedere un parere alla Corte è adottata con un voto della maggioranza dei rappresentanti che hanno il diritto di avere un seggio al Comitato.

Articolo 48 – Competenza consultiva della Corte

La Corte decide se la domanda di parere consultivo presentata dal Comitato dei Ministri è di sua competenza secondo l’articolo 47.

Articolo 49 – Motivazione dei pareri consultivi

1. Il parere della Corte è motivato.

2. Se il parere non esprime in tutto o in parte l’opinione unanime dei giudici, ogni giudice avrà diritto di unirvi ;l’esposizione della sua opinione individuale.

3. Il parere della Corte è trasmesso al Comitato dei Ministri.

Articolo 50 – Spese di funzionamento della Corte

Le spese di funzionamento della Corte sono a carico del Consiglio d’Europa.

Articolo 51 – Privilegi ed immunità dei giudici

I giudici beneficiano, durante l’esercizio delle loro funzioni, dei privilegi e delle immunità previste all’articolo 40 dello Statuto del Consiglio d’Europa e negli accordi conclusi in base a questo articolo.


TITOLO III

Disposizioni varie

Articolo 52 – Indagini del Segretario Generale.

Ogni Alta Parte Contraente, alla domanda del Segretario Generale del Consiglio d’Europa, fornirà le spiegazioni richieste sul modo in cui il proprio diritto interno assicura l’effettiva applicazione di tutte le disposizioni della presente Convenzione.

Articolo 53 – Salvaguardia dei diritti dell’uomo riconosciuti

Nessuna delle disposizioni della presente Convenzione può essere interpretata in modo da limitare o pregiudicare i Diritti dell’Uomo e le Libertà fondamentali che possano essere riconosciuti in base alle leggi di ogni Parte Contraente o in base ad ogni altro accordo al quale essa partecipi.

Articolo 54 – Poteri del Comitato dei Ministri.

Nessuna disposizione della presente Convenzione porta pregiudizi ai poteri conferiti al Comitato dei Ministri dallo Statuto del Consiglio d’Europa.

Articolo 55 – Rinuncia ad altri modi di regolamentazione delle controversie.

Le Alte Parti Contraenti rinunciano reciprocamente, salvo compromesso speciale, a prevalersi dei trattati, delle convenzioni o delle dichiarazioni che esistono fra di loro allo scopo di sottoporre, mediante ricorso, una controversia nata dall’interpretazione o dell’applicazione della presente Convenzione ad una procedura di regolamentazione diversa da quelle previste da detta Convenzione.

Articolo 56 – Applicazione territoriale

1. Ogni Stato, al momento della ratifica o in ogni altro momento successivo, può dichiarare, mediante notifica indirizzata al Segretario Generale del Consiglio d’Europa, che la presente Convenzione si applicherà, con riserva del paragrafo 4 del presente articolo, in tutti i territori o in determinati territori di cui assicura le relazioni internazionali

2. La Convenzione si applicherà nel territorio o nei territori designati nella notifica a partire dal trentesimo giorno successivo alla data in cui il Segretario Generale del Consiglio d’Europa avrà ricevuto tale notifica.

3. Nei suddetti territori le disposizioni della presente Convenzione saranno applicate tenendo conto delle necessità locali.

4. Ogni Stato che ha fatto una dichiarazione conformemente al primo paragrafo di questo articolo può, in ogni momento, dichiarare relativamente a uno o a più territori previsti in tale dichiarazione che accetta la competenza della Corte a ricevere ricorsi di persone fisiche, di organizzazioni non governative o di gruppi di privati come previsto dall’articolo 34 della Convenzione.

Articolo 57 – Riserva. 1. Ogni Stato, al momento della firma della presente Convenzione o del deposito del suo strumento di ratifica, può formulare una riserva riguardo ad una particolare disposizione della Convenzione, nella misura in cui una legge in quel momento in vigore sul suo territorio non sia conforme a tale disposizione. Le riserve di carattere generale non sono autorizzate ai termini del presente articolo.

2. Ogni riserva emessa in conformità al presente articolo comporta un breve esposto della legge in questione.

Articolo 58 – Denuncia

1. Un’Alta Parte Contraente può denunciare la presente Convenzione solo dopo un periodo di cinque anni a partire dalla data di entrata in vigore della Convenzione nei suoi confronti e dando un preavviso di sei mesi mediante una notifica indirizzata al Segretario Generale del Consiglio d’Europa, che ne informa le altre Parti Contraenti.

2. Tale denuncia non può avere l’effetto di svincolare l’Alta Parte Contraente interessata dalle obbligazioni contenute nella presente Convenzione per quanto riguarda qualunque fatto che, potendo costituire una violazione di queste obbligazioni fosse stato compiuto da essa anteriormente alla data in cui la denuncia produce il suo effetto.

3. Con la medesima riserva cessa d’esser Parte alla presente Convenzione ogni Parte Contraente che cessi d’essere Membro del Consiglio d’Europa.

4. La Convenzione può essere denunciata in conformità alle disposizioni dei precedenti paragrafi per quanto riguarda ogni territorio nel quale sia stata dichiarata applicabile in base all’articolo 56.

Articolo 59 – Firma e ratifica.

1. La presente Convenzione è aperta alla firma dei Membri del Consiglio d’Europa. Essa sarà ratificata. Le ratifiche saranno depositate presso il Segretario Generale del Consiglio d’Europa.

2. La presente Convenzione entrerà in vigore dopo il deposito di dieci strumenti di ratifica.

3. Per ogni firmatario che la ratificherà successivamente, la Convenzione entrerà in vigore dal momento dei deposito dello strumento di ratifica.

4. Il Segretario Generale del Consiglio d’Europa notificherà a tutti i Membri del Consiglio d’Europa l’entrata in vigore della Convenzione, i nomi delle Alte Parti Contraenti che l’avranno ratificata, nonché il deposito di ogni altro strumento di ratifica che si sia avuto successivamente.

Fatto a Roma il 4 novembre 1950 in francese e in inglese, i due testi facendo egualmente fede, in un unico esemplare che sarà depositato negli archivi del Consiglio d’Europa. Il Segretario Generale ne trasmetterà copie certificate conformi a tutti i firmatari.

● Il rango dei Trattati

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Nel Diritto interno, la riforma del Titolo V della Costituzione, effettuata con la Legge cost. 18.10.2001 n. 3 (art. 3 n.1 della legge di riforma) ha stabilito che la legislazione statale deve esercitarsi “nel rispetto dei vincoli internazionali“. In tal modo, viene riconosciuta e garantita la preminenza degli obblighi internazionali, e quindi anche degli obblighi derivanti dai trattati sulla legislazione ordinaria. 

Si giunge all’adattamento del Diritto interno verso il Diritto internazionale mediante un procedimento volto a introdurre nell’ordinamento giuridico di uno Stato le modifiche necessarie a conformarlo alle norme di diritto internazionale in vigore per lo Stato stesso.

E’ interessante notare che dalla separatezza e indipendenza degli ordinamenti giuridici discende che le norme prodotte in ciascuno di essi non hanno effetto negli altri e che uno stesso fatto può essere valutato, nei diversi ordinamenti, in modo non coincidente (relatività delle valutazioni giuridiche, per la quale è possibile, ad esempio, che una norma internazionale obblighi lo Stato a una data attività, che nel diritto interno non è dovuta o è addirittura illecita).

Da qui, l’esigenza di adattamento del Diritto interno nazionale, a evitare la violazione di obblighi internazionali dello Stato (Illecito internazionale).

Poiché il diritto internazionale raramente impone l’adozione di un dato provvedimento interno, limitandosi, di regola, a prescrivere o a vietare agli Stati una certa condotta, l’adattamento non è, solitamente, adempimento di un obbligo internazionale, ma il mezzo per assicurarne o renderne possibile l’osservanza, mediante i provvedimenti legislativi, amministrativi o regolamentari occorrenti per dare attuazione interna ai trattati e alle consuetudini internazionali.

I mezzi e i procedimenti di adattamento non sono stabiliti dal Diritto internazionale, ma da quello interno, generalmente costituzionale.

Così, lart. 10, par. 1, della Costituzione italiana stabilisce che “lordinamento giuridico italiano si conforma alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute”.

Questa disposizione si riferisce esclusivamente alle norme internazionali consuetudinarie; in relazione a queste, opera dunque un procedimento di adattamento automatico e permanente, implicante che lordinamento interno dello Stato, nella sua interezza, si conforma costantemente al Diritto internazionale generale e alle sue modificazioni.

Quanto all’incorporazione dei trattati, la prassi italiana utilizza:

  • tanto il procedimento speciale dell’ordine d’esecuzione contenuto in un atto normativo ad hoc (che per i trattati la cui ratifica richiede – in base all’art. 80 Cost. – l’autorizzazione del Parlamento è spesso la stessa legge di autorizzazione)
  • quanto il procedimento ordinario, consistente nell’emanazione di un atto normativo (legislativo o regolamentare, come richieda la materia disciplinata) di contenuto identico al trattato (come ad esempio la L. 881/77).

Ecco presentarsi un problema nella prassi e nella giurisprudenza riguardante il rango delle norme internazionali introdotte nell’ordinamento interno, in particolare la loro prevalenza o soccombenza rispetto a norme posteriori incompatibili.

Per quelle consuetudinarie, si ritiene che l’incorporazione mediante l’ art. 10, par. 1, Cost., le provveda di garanzia costituzionale.

Per quelle pattizie il rango è generalmente quello stesso del provvedimento di attuazione (legge costituzionale, legge ordinaria, decreto, etc.) salvo riconoscere ad esse una speciale resistenza atta a farle prevalere su norme successive di pari rango (secondo un principio di specialità sui generis, accolto nell’art. 117, 1° comma, Cost., come riformato dalla L. cost. n. 3/2001).

 

 

 

L’intento di questi pochi pixel è quello di migliorare il benessere collettivo. Su questa materia in Italia esistono molti studiosi e ricercatori, anche in aspro conflitto tra loro, costoro provengono da un obsoleto gruppo di studio (Popolo Unico) fondato nel 2015 ove si distillava dagli Stati Uniti la primitiva ideologia OPPT. Semplificando al massimo, l’utilità della LR non è quella di disporne per singole occorrenze alla stregua della patente di guida o del passaporto ecc. bensì è quella di aiutarci a capire chi siamo giuridicamente dinanzi allo Stato e quali diritti inalienabili debbano esserci ripristinati. La ricognizione e l’apprendimento delle norme sui Diritti umani è pre-condizione necessaria alla migliore comprensione di questi temi.

● Giustizia sociale, povertà e debito non sono prerogative del solo Terzo Mondo…

Perché bloccano la strada e chiedono 45 Euro al giorno ecc. ecc.?
Loro (non essendo cittadini italiani) ovviamente NON sono registrati nella Republic of Italy in quanto ospiti/sovrani muniti di Personalità giuridica. Ciò conferisce loro la piena capacità di agire, essendo titolari di diritti [persino quelli non riconosciuti ai “semplici” cittadini] hanno il sacro santo DIRITTO di ottenere ciò che incombe ad ogni essere umano, come sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo o più semplicemente, attraverso la semplice applicazione di una legge di ratifica di questo Stato (Legge 25 ottobre 1977, n. 881) che vale anche per gli italiani…

Il [pigro] Cittadino italiano, poveretto, non essendo sovrano ma DEBITORE (a seguito del trust living aperto, a sua insaputa, all’atto di nascita) non ha diritto alcuno al riguardo…

xx

Legge 25/10/1977, n. 881  (Ratifica ed esecuzione del Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali, nonché del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici. New York rispettivamente il 16 e il 19 dicembre 1966) [1].

Legge 4/8/1955, n. 848  (Ratifica ed esecuzione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, Roma, 4 novembre 1950. Protocollo addizionale alla Convenzione stessa, Parigi, 20 marzo 1952) [2].

Capito il trucchetto… Siii?

(Loro lo hanno capito…)

I “cittadini” predestinati al pignoramento dei loro beni insorgeranno. Perlomeno i più coraggiosi.

I loro vessatori, vale a dire il ceto politico, fungono da alfieri della finanza criminale utilizzando la montatura terroristica che getta le basi per annullare la libertà.

Coincidenza, guardacaso, agli albori della ribellione dei cittadini ormai consci del saccheggio delle loro ricchezze attraverso il finto e impagabile debito pubblico che genererà la depredazione dei beni privati attraverso l’assurda amplificazione delle tasse ed i derivanti espropri per insolvibilità.

Buonanotte e sogni d’oro ai disattenti

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[1], [2]: Secondo quanto scaturisce dall’interpretazione (Antonio Cassese) dell’art. 10 Cost., in realtà non ci sarebbe bisogno di una legge ad hoc per l’attuazione dei trattati, ma la prassi non ha dato seguito a questa interpretazione.

 

L’intento di questi pochi pixel è quello di migliorare il benessere collettivo. Su questa materia in Italia esistono molti studiosi e ricercatori, anche in aspro conflitto tra loro, costoro provengono da un obsoleto gruppo di studio (Popolo Unico) fondato nel 2015 ove si distillava dagli Stati Uniti la primitiva ideologia OPPT. Semplificando al massimo, l’utilità della LR non è quella di disporne per singole occorrenze alla stregua della patente di guida o del passaporto ecc. bensì è quella di aiutarci a capire chi siamo giuridicamente dinanzi allo Stato e quali diritti inalienabili debbano esserci ripristinati. La ricognizione e l’apprendimento delle norme sui Diritti umani è pre-condizione necessaria alla migliore comprensione di questi temi.

● Diritti Umani: esiste un legislatore universale…

…in grado di legiferare validamente e in modo vincolante? Quali sono le norme-fonte?

In seguito alle evidenti violazioni dei diritti umani commesse durante il secondo conflitto mondiale, la loro tutela è divenuta oggetto di norme internazionali.

 

La Carta delle Nazioni Unite (1945) già conteneva riferimenti ai diritti fondamentali dell’uomo ed esortava le nazioni (art.1) a sviluppare relazioni amichevoli, fondate sul diritto all’autodeterminazione dei popoli, e a promuovere e incoraggiare il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali per tutti, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione.

Il 10 dicembre 1948 l’Assemblea generale adottò inoltre, con risoluzione 217 la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo D.U.D.U. che, all’epoca, pur non avendo carattere immediatamente vincolante, pose le basi per l’affermazione di tali diritti a livello internazionale. Oggi, dopo molti anni, tutti (anche  i cittadini italiani) possono beneficiare della norma di recepimento della D.U.D.U. vale a dire la Legge 25 ottobre 1977, n. 881 (secondo quanto scaturisce dall’interpretazione (Antonio Cassese) dell’art. 10 Cost., in realtà non ci sarebbe bisogno di una legge ad hoc per l’attuazione dei trattati, ma la prassi non ha dato seguito a questa interpretazione) ed è un vero peccato che la stragrandissima maggioranza dei pigri cittadini si limiti, tutt’al più, a prendere atto che la protezione internazionale dei diritti riguardi unicamente queste situazioni, dimenticando di svolgere il minimo approfondimento dei propri diritti disattesi.

Tra questi, vanno anzitutto ricordati:

  • I diritti civili e politici (cosiddetti di “PRIMA GENERAZIONE”, di matrice occidentale), che comportano soprattutto obblighi di astensione per gli Stati: il diritto alla non discriminazione, all’integrità fisica, alla vita, alla libertà personale, di pensiero, di religione;
  • Ci sono poi i diritti economici, sociali e culturali (cosiddetti di “SECONDA GENERAZIONE”, propugnati in passato dai paesi socialisti), che comportano obblighi di agire da parte degli Stati: diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione;
  • Negli anni 1970, i paesi in via di sviluppo sostennero l’esistenza di diritti collettivi, o della solidarietà (cosiddetti di “TERZA GENERAZIONE”), tra cui il diritto allo sviluppo, alla pace, a un ambiente salubre. Questi ultimi possono essere considerati diritti solo in senso lato, in quanto è difficile individuare il titolare degli obblighi corrispondenti, configurandosi piuttosto quali interessi collettivi delle comunità;
  • In seguito si è venuta delineando una “QUARTA GENERAZIONE” di diritti umani, connessi all’impiego delle nuove tecnologie soprattutto nel campo della genetica e dell’informatica.

(Tale classificazione ha carattere descrittivo e non indica una gerarchia, in quanto i diritti umani riconosciuti a livello internazionale si caratterizzano per essere indivisibili e interdipendenti).

Numerose sono le convenzioni stipulate grazie all’azione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, eccone alcune:

  1. la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (1948);
  2. la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (1965);
  3. il Patto sui diritti civili e politici (con due Protocolli addizionali) e il Patto sui diritti economici, sociali e culturali (entrambi del 1966);
  4. la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (1979, con un Protocollo facoltativo);
  5. la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (1984);
  6. la Convenzione sui diritti del minore (1989, con due Protocolli facoltativi).
  7. la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (1950, integrata da 14 Protocolli), che ha istituto la Corte europea dei diritti umani, cui possono rivolgersi direttamente gli individui.

Le norme del Diritto internazionale si collocano in un ordinamento separato e distinto dagli ordinamenti nazionali. All’interno della Comunità internazionale non esistono organi che siano deputati in modo stabile alla produzione di norme giuridiche che vincolino i diversi stati, l’ONU e l’Assemblea Generale in particolare svolgono altre funzioni. Una norma di Diritto internazionale può dirsi formata ed esistente quando ci troviamo di fronte ad un comportamento stabile nel tempo, cui è connessa l’idea dell’obbligatorietà (es. immunità diplomatiche).

Quelle che seguono sono le condizioni di diritto possibili:

  • Norme consuetudinarie, dette anche norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. Non sono reperibili in fonti scritte, ma ad es. nelle decisioni dei giudici nazionali che ne costituiscono l’applicazione e ovviamente nei testi scritti dalla dottrina (manuali e saggi).
  • Norme patrizie. Il Diritto internazionale pattizio è invece un diritto scritto, come una sorta di contratto che vincola chi lo sottoscrive. Il trattato (che può essere denominato anche convenzione o accordo o intesa) è subordinato alle norme consuetudinarie e inizia a vincolare gli stati che lo stipulano solo a partire dallo scambio delle ratifiche. La ratifica è la sottoscrizione del trattato da parte del Presidente della Repubblica, che in Italia deve essere autorizzato con legge dal Parlamento. Questo fatto semplifica molto la ricerca dei testi dei trattati dal momento che basterà ricercare la legge di ratifica a cui viene allegato il testo del trattato.
  • Adattamento al Diritto internazionale. L’ordinamento internazionale è un ordinamento separato da quello nazionale, ma, nel momento in cui si forma una norma consuetudinaria o un paese assume un obbligo internazionale con un trattato, può accadere che il paese stesso sia costretto a portare all’interno del proprio ordinamento nazionale delle modificazioni.

L’adattamento al Diritto internazionale può avvenire mediante:

  • Rinvio. Un’apposita norma ricollega alla nascita di una norma internazionale la formazione di una corrispondente norma interna. La norma internazionale è di fatto introdotta automaticamente. Così accade per il Diritto internazionale consuetudinario. L’art. 10 della Costituzione dispone infatti che l’Italia si conforma alle norme del Diritto internazionale generalmente riconosciute. Tali norme si pongono quindi a livello costituzionale; se una legge infatti violasse una norma di diritto consuetudinario violerebbe automaticamente l’art. 10 e sarebbe costituzionalmente illegittima.
  • Legge. A fronte di un obbligo internazionale sorto in seguito all’approvazione di un trattato il legislatore introduce le leggi necessarie alla sua applicazione.

 

  • Ordine di esecuzione. Il legislatore prevede con un’apposita norma la piena ed integrale esecuzione di un trattato. Tale norma viene normalmente introdotta nella legge di ratifica e con essa si immette direttamente il trattato nell’ordinamento italiano, che inizierà a vincolare i cittadini, oltre che il solo Stato.

 

  • Fonti comunitarie. Le fonti comunitarie si collocano al di sopra del Diritto positivo: questo Paese, sottoscrivendo il trattato di Roma, si è impegnato a conformarsi alla normativa CE e se ciò non avvenisse si verificherebbe una violazione non solo del trattato, ma anche del Diritto generale e in particolare della norma “pacta servanda sunt” (in italiano: i patti devono essere osservati)”. Si è visto come le organizzazioni internazionali possano venire abilitate a produrre norme dai trattati che le istituiscono. Tali norme dette derivate vincolano gli Stati membri solo all’atto della ratifica e i cittadini solo dopo il recepimento delle norme come se fossero dei trattati internazionali. Vi è però una rilevante eccezione che è data dalla Comunità europea, i cui atti normativi producono direttamente effetti nei confronti dello Stato membro.
  • Regolamenti. Sono gli atti normativi per eccellenza, hanno portata generale (vincolano anche i cittadini) ed immediata (non necessitano di attuazione). Sono deliberati dal Consiglio (non dal Parlamento) e sono pubblicati nella Gazzetta ufficiale della Comunità Europea che è uno strumento di difficile utilizzazione e nella Gazzetta Ufficiale Italiana, che solitamente presenta ritardi nella pubblicazione.
  • Direttive. Sono atti normativi che vincolano uno Stato a perseguire un certo obiettivo entro un termine dato, ma lasciano completa libertà in ordine all’individuazione degli strumenti con cui raggiungerlo. Necessitano, a differenza dei regolamenti, di misure di esecuzione che ciascuno stato membro può adottare.

 


Manuale dei diritti umani (Pdf, 1395 pagine)
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L’intento di questi pochi pixel è quello di migliorare il benessere collettivo. Su questa materia in Italia esistono molti studiosi e ricercatori, anche in aspro conflitto tra loro, costoro provengono da un obsoleto gruppo di studio (Popolo Unico) fondato nel 2015 ove si distillava dagli Stati Uniti la primitiva ideologia OPPT. Semplificando al massimo, l’utilità della LR non è quella di disporne per singole occorrenze alla stregua della patente di guida o del passaporto ecc. bensì è quella di aiutarci a capire chi siamo giuridicamente dinanzi allo Stato e quali diritti inalienabili debbano esserci ripristinati. La ricognizione e l’apprendimento delle norme sui Diritti umani è pre-condizione necessaria alla migliore comprensione di questi temi.