● Il credito come diritto umano


Il prof. Muhammad Yunus [goo.gl/h7Yxid]: uno spunto su come aiutare i piccoli operatori economici e le micro imprese società di persone. Fondatore della celebre Grameen Bank in Bangladesh e vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 2006, sostiene che l’accesso al credito debba essere riconosciuto come un diritto umano fondamentale e come tale tutelato e garantito dagli Stati, dalla comunità internazionale e dagli attori del sistema finanziario e bancario.

Punto di partenza nella sua argomentazione è l’art 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 e relativa legge di ratifica di stampo costituzionale, che al paragrafo 1 così recita:

Ogni individuo ha il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari, ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità vedovanza, vecchiaia o in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.

Egli pone in evidenza che allo Stato, oltre alle limitazioni per assicurare ad ogni individuo il godimento dei diritti civili e politici, viene richiesto anche di creare le condizioni economiche e sociali adatte a rendere la vita di ogni cittadino dignitosa e pacifica, in modo che possa aspirare alla piena realizzazione della propria personalità: la povertà secondo Yunus, nonostante ciò che viene riportato con linguaggio aulico nelle grandi Dichiarazioni e Convenzioni internazionali, è uno stato di negazione di tutti i diritti in quanto sottrae all’individuo ogni speranza nel futuro. L’eliminazione della povertà è vista come una precondizione per poter proteggere e realizzare effettivamente ogni altro diritto fondamentale. Yunus pertanto propone la ridefinizione del concetto di “sviluppo”, da considerare non solo in relazione alla crescita economica quanto invece come insieme di azioni e politiche che pongano al loro centro la tematica diritti umani. Un Paese si sviluppa veramente quando migliorano le condizioni economico-sociali della metà meno abbiente della popolazione, altrimenti ciò che si compie è solamente allargare la forbice tra i ricchi (sempre più ricchi) e i poveri (sempre più poveri). Misuratori di benessere come il reddito pro-capite non sono soddisfacenti in questo senso, è invece necessario indagare quali siano gli strati sociali che effettivamente abbiano beneficiato dell’aumento di ricchezza in un determinato Paese.

La povertà per Yunus non è causata dalla mancanza di volontà né dallo scarso lavoro compiuto, ma dall’insufficiente remunerazione che il povero riceve per tale lavoro: il sistema economico contemporaneo è, dal suo punto di vista,
basato sullo sfruttamento. Se il cosiddetto povero potesse invece disporre di una base economica maggiore, allora avrebbe maggior controllo sia sulla sua attività sia sul suo futuro: qui entra in gioco il credito. Sarebbe possibile rompere questa spirale di dipendenza e sfruttamento dando ai poveri la possibilità di costruirsi da soli un futuro, concedendo loro una somma iniziale per intraprendere un’attività economica, creare nuove forme di occupazione
innescando un circolo virtuoso che porterebbe ad un significativo sviluppo economico e umano di un’area altrimenti abbandonata al suo destino.

Il sistema creditizio oggi è tuttavia accessibile solamente a coloro che sono in grado di fornire delle garanzie in caso di mancata o tardiva restituzione del prestito: con questo meccanismo è evidente che il credito viene negato
proprio a chi invece ne ha maggiore necessità. Le banche sono secondo Yunus responsabili del crescente divario tra ricchi e poveri in quanto perpetuano un sistema discriminatorio e concepito come rapporto bilaterale contrattualistico, di diritto privato, il cui fine rimane il ritorno economico.
Mai come oggi, secondo il fondatore di Grameen Bank, è pressante invece la necessità di pensare e istituire una modalità nuova di concessione di credito, slegata dalle garanzie e dal guadagno, basata invece su un progetto di
politica economica e sociale che faccia della lotta alla povertà il propulsore principale della sua azione.
Possiamo dire che per “diritto ad accedere al credito” si intenda qui la possibilità di ricevere credito a tassi di interesse bassi: Yunus infatti distingue gli operatori di microfinanza dai “money-lenders”, che applicano tassi di interesse superiori al 15% del costo della somma di denaro prestata.

Ad ognuno deve quindi essere garantita uguale opportunità di migliorare la sua condizione economica e sociale, cosa che può essere attuata attraverso l’erogazione di credito: questo mezzo è oggi ampiamente sottovalutato, mentre costituisce una fondamentale risorsa. Yunus tiene a precisare che questa sua argomentazione non deve essere confusa con un appello alla carità nei confronti dei poveri: questa non li aiuterebbe a risollevare la loro condizione, sarebbe al contrario dannosa. Il diritto al credito da lui prospettato è inserito all’interno di un sistema finanziario che deve assicurare la restituzione dei prestiti nelle modalità e nei tempi stabiliti, altrimenti lo stesso sistema si rivelerebbe fallimentare.

Lo Stato in questa concezione rappresenta il garante della corretta attuazione e realizzazione del diritto al credito, è quindi tenuto ad intervenire in caso di inefficienza delle istituzioni bancarie e finanziarie. Yunus parla anche della responsabilità in capo alla “comunità mondiale”, per sottolineare che la globalizzazione sta aumentando in maniera crescente l’interdipendenza tra le istituzioni politiche ed economiche, tanto che è impossibile oggi concepire la lotta alla povertà e il rispetto dei diritti umani come questioni circoscrivibili all’interno dei confini di uno Stato.

Il diritto al lavoro è enunciato sia all’art. 23 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 sia all’art. 6 della Convenzione Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (ICESCR) del 1966.

Indubbiamente la creazione di lavoro costituisce un’arma potente di lotta alla povertà, perché innesca circoli virtuosi di reddito e delle rilevanti esternalità positive nei confronti della società. Distinguiamo lavoro salariato (“wage employment”) e indipendente (“self-employment”): il modo più efficace per far sì che un individuo possa progressivamente aumentare il suo patrimonio e quindi avere più controllo sui suoi diritti e sulla sua vita è il secondo, mentre nel primo caso il risultato spesso è una vita misera, di stenti e di sacrifici “per due pasti al giorno”. Secondo Yunus i poveri sono imprenditori per natura, in quanto il buon utilizzo del credito a loro concesso è questione di sopravvivenza: sono a conoscenza del fatto che non avrebbero altre possibilità per risollevare la loro condizione, quindi faranno di tutto per far fruttare il loro prestito nonché per restituirlo.

In conclusione, per Yunus il diritto ad accedere al credito per generale lavoro indipendente deve essere garantito universalmente, come precondizione per l’effettiva realizzazione di altri diritti umani fondamentali già enunciati in Carte, Dichiarazioni e Convenzioni Internazionali (come il diritto al cibo, al lavoro, all’istruzione ecc.) che vengono invece quotidianamente negati in determinati contesti a causa dell’estrema povertà e della mancanza di adeguate politiche per lo sviluppo.

L’accesso al credito per tutti è senza dubbio una questione sollevata dalla morale, come reazione alle ingiustizie e alle disuguaglianze provocate da una globalizzazione gestita secondo gli interessi di pochi; se nel responsabilizzare i governi Yunus dimostra di voler raggiungere per questo diritto il riconoscimento legale, l’importanza e la legittimità della questione rimarrebbero intatte anche in caso di fallimento di questa proposta.

Accesso_al_Credito_e_Diritti_Umani

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